ACQUARIUS RACCONTI LIQUIDI CON PANNA

Racconti, poesie, pensieri, prosodie, ricordi e anche immagini, video, musica. Liquidi come possono essere i sogni, la memoria, lo svolgersi dei pensieri, la realtà che sfugge a definizioni e limiti. Con panna perchè è bello essere golosi. Di tutto.

Montaggio creato Bloggif

Thursday, July 30, 2009


Dal Taccuino fotografico VENEZIA LIQUID STORIES di Marfeda

(Dal taccuino fotografico Wooden Parts di Marfeda)


SONO A ROMA PER IL PRIMO MAGGIO.. (racconto)

Ce l’ho fatta. Sono a Roma per il primo maggio. Andrò al concerto a piazza San Giovanni. Sotto le scarpe ho il pavimento della stazione Termini e i pilastri di pietra grigia mi sfilano ai lati. Che bello sembra che siano lì per salutarmi. La Stazione è una centrifuga di braccia gambe facce saluti e richiami: incespico tra tutte quelle valige a rotelle e borsoni maneggiati con slancio da una spalla all’altra. Ho fame ma devo risparmiare. Non ho molti soldi: per pagarmi il viaggio ho dovuto mettere insieme anche un paio di prestiti. Mi comprerò un bel pezzo di pizza rossa.
Dietro via XX Settembre c’è una gastronomia che sforna prelibatezze e costa poco. Mi sembra strano non incontrare subito qualcuno di conosciuto lì in mezzo a tutta la gente. Continuo a guardare i volti aspettando con ansia di riconoscerne uno abbracciarlo. Ma sono tutti estranei. Sento salire una sottile bolla da dentro lo stomaco, densa di angoscia. Poi mi passa perché fuori c’è un sole magnifico e la luce arriva a ondate come riflettori in movimento lungo l’ampio rettangolo che porta all’uscita. Appena fuori cerco gli occhiali da sole. Davanti a me c’e’ una costruzione grigia scura che svetta da dietro una casa più bassa gialla. Sembra una montagna controluce. Di nuovo quella sensazione buia di peso addosso, guardando al di là dell’isolato. Svicolo tra le bancarelle, mi distraggo, sposto i pensieri come se li prendessi con le dite e li appoggiassi dietro di me e mi dirigo spedita verso il cibo. Non c’è da aspettare: mi impacchettano la pizza, profumata e calda in una carta da pane marrone. Compro anche dell’acqua ed esco quasi danzando dal negozio. Non mi manca nulla. Ho tutto. Una frenesia pulsante in corpo, come un guizzo sotto la pelle che si accorda al battito del cuore. Mi sento forte, mi metto a camminare, giro veloce la testa da una parte all’altra, le gambe si sollevano senza peso. Tra poco arriverò in piazza. Alla fermata dell’autobus vedo un gruppo di ragazzi con bandiere coi colori della pace. Sorrido, aprendo la bocca, con gli occhi che scintillano. Va bene il 724 chiedo per San Giovanni? Si si mi fanno loro e si rimettono a parlare fitto. Continuo a sorridere beatamente. Loro sono molto occupati con le loro bandiere, stanno prendendo accordi e mi ignorano. Sull’autobus c’è una signora carica di sporte e sacchetti. Parla da sola. Canta la canzone del Piave. Il piave mormorò, il piave mormorò… vai fuori dai coglion.. vai fuori dai coglion.. Una libera interpretazione. Penso e mi diverte. Vorrei commentare ma intorno tutti guardano fisso davanti a sé e l’autista la zittisce con uno aho ma statte bona. Però mi fa pena. Guardo i sacchetti consumati, ai lati e lungo le maniglie, scoloriti, da cui quasi straborda una confusione di oggetti irriconoscibili. Ha l’aria di chi ha dormito male, le borse sotto gli occhi, dei segni neri sotto le orbite. E’ grassa e la pelle ha ceduto alla vita in strada. E’ flaccida e spenta. Mi verrebbe di chiederle di venire anche lei al concerto. Dirle: “Sa pensavo di non farcela a venire qui. Fino all’ultimo sembrava proprio impossibile, non mi volevano far partire..” Ma non dico niente perché mi sento stupida e insieme comincio a provare repulsione. Nel frattempo l’autobus si è riempito di altre bandiere colorate, rosse e di striscioni scritti: Un primo maggio per il lavoro. Basta con le morti bianche. Il lavoro è un diritto. Basta con il precariato. E mi dimentico della donna. Mi scordo di tutto. La mia pizza schiacciata nella borsa a tracolla mi comunica tutto il suo calore contro la coscia. Quando scendo, sono ancora lontana da San Giovanni, la fermata è stata spostata, in una via laterale. E quando entro la piazza è già colma di folla. Cerco ancora facce conosciute. Troverò prima o poi qualche amico mi dico. Impossibile che in mezzo a tutte queste persone non incontri un amico. Ma niente. Sono tanti, siamo tanti, che importa ,mi dico sono qui ce l’ho fatta. Arriva Khaled sul palco, e i tamburi di Portici cominciano a suonare e cantare. E’ una piazza immensa. Quante volte, in questi ultimi anni l’ho vista seduta in poltrona alla tivvù, con lo stomaco attorcigliato in uno spasimo di felicità e una inconfessata soffusa tristezza per non essere lì. E dal salotto ho cantato, e gridato iuhu iuhu , stando attenta a non disturbare i vicini a causa del volume alto.
Khaled con i tamburi di Portici attaccano a suonare e cantare. In mezzo, spintonata e rimbalzata vedo Napoli e il Magreb lisciare e rullare le percussioni infilandosi tra le voci. Poi gira il palco e salgono Mauro Pagani e il Supergruppo con i pezzi dei King Crimsom e dei Rolling Stones . Poi Daniele Silvestri intona i Beatles Paperback writer e la Paranza sanremese, “una danza, una danza che si balla nella latitanza con prudenza, eleganza …” Si alzano tutti i piedi e le mani della piazza. Oscillano le teste davanti e ai miei lati . Le Vibrazioni. Gli Afterhours. Assordante. Ho la sensazione di bere, con tutto il corpo. Mi sento urlare con tutto il fiato. Iuhu iuhu. Un prodigioso salto in avanti nel tempo e indietro per me che ho persino lasciato a casa il bastone e non mi serve. Non mi serve, non ne ho avuto bisogno. A settantanni in questa piazza. I ricordi amari di questa città messi in un sacchetto e buttati via in un cestino della Stazione. La malattia e l’agonia di mia madre, che abitava proprio a pochi passi da lì, dietro quell’isolato della casa gialla. E la mia vita di pensionata piuttosto povera, con amici pensionati depressi dal caro vita. E’ un sogno all’incontrario, come sta cantando Paolo Rossi, il sogno di prolungare il sogno. Che tutto cambierà, si tutto cambierà e ci fermeremo per strada con un largo sorriso. Oh my darling oh don’t you cry for me… mia cara non piangere per me. Non vi preoccupate per me amici che mi avete sconsigliato di partire. Io sono qui. E sto bene. E stanotte riprenderò il treno della notte, gli interciy che costano meno così risparmio. Mangerò l’ultimo pezzo di pizza, guardando sfilare i pali della luce e i puntini luminosi fuori dal finestrino, accomodata sul sedile allungabile e sfondato del treno. Fino al momento in cui mi piomberà il sonno sugli occhi.

Tuesday, July 28, 2009


La locandina di uno spettacolo del 1970, tenuto al Teatro dell'Arte a Milano. Come dire che la storia della musica è anche questo: tante parti colorate, forti, d'un grande affresco collettivo d'arte e di passione
Scrive Norman Zoia:

A proposito di Claudio Rocchi, abbiamo fatto uno spettacolo al Teatro dell'Arte nel 1970 e fu proprio lui con alcune sue amiche a fare la coreografia per la mia canzone dedicata a Brian Jones, è stato uno spettacolo più che innovativoe principalmente lo si è dovuto alla lungimiranza del direttore artistico di allora, pensa un po': Cino Tortorella ..

Sunday, July 26, 2009


TUTTIFRUTTI dell'artista performer NORMAN ZOIA (tecnica mista: olio su tela del 1993, trattato con craquelè nel 1994 e rielaborato in digitale nel 1996).

Friday, July 24, 2009




IL MARE
IN ETERNA PAZIENZA
ASCOLTA PENSIERI
INUTILI
CHE PAIONO IMMENSI
E AVVOLGE
LE COSCIENZE ALLA DERIVA.

Wednesday, July 22, 2009


NEL BUIO,
TRANQUILLO
IL MARE
MESCOLA LA SABBIA
CON SPUMA IRRIDESCENTE
IN MAESTOSA UMILTA'..

Saturday, June 20, 2009








...nelle silenziose notti d'estate
di tanto in tanto
si incontrano volti
che indossano un sorriso
dolce e privo di
apparenti ragioni
sembrano lucciole
a illuminare i giardini
appena addormentati...

Wednesday, June 17, 2009


...è caldo il vento ma non accarezza la pelle,
scalda gli occhi e asciuga i pensieri.
L'arsura li copre di polvere..
Il mare canta e canta chiamando
per sedare la sete del corpo..."

Monday, June 08, 2009

Recensione di Millionaire, pubblicata su Patria, di SERENA D'ARBELA

Nel feuilleton del Millionaire le contraddizioni dell’India globale

di Serena D’Arbela

Gran successo di pubblico, commovente,a lieto fine, oggetto di numerose
stroncature della critica,Slumdog Millionaire (da noi The Millionaire)
di Danny Boyle regista di origine scozzese, già noto per Transpotting, ha
vinto gli Oscar 2009 realizzando otto nominations su dieci. Miglior film dell’anno
e miglior regia, sceneggiatura non originale, fotografia, montaggio, canzone,
suono, colonna sonora. Una storia ambientata nell’India di oggi.
Immagini psichedeliche di Mumbay (Bombay), turismo intorno ai monumenti sacri e spietata miseria, ragazzi laceri e mendicanti. Tratto dal romanzo best seller di Vikas Swarup Le dodici domande il film ci fa interrogare sulle ragioni dei consensi e sui gusti dei fruitori contemporanei. Forse non basta evocare la manipolazione
culturale in atto di masse senza confini, ormai preda di stili facili ed immediati, di gusti sempre più riduttivi, abituati alle fiction, soap opera e videoclip in sostituzione dei film. Non basta tener presenti le loro gratificazioni con l’impossibile, il fantastico, il virtuale, quanto più sono economicamente deluse. E non basta parlare di sensibilità verso i diseredati, verso l’infanzia sfruttata e vessata, verso la discriminazione delle donne nel terzo mondo e altrove.
A suo modo il film fa parte della globalizzazione che scardina e mescola distanze,
tradizioni, culture, esporta ed importa frammenti di mondi antichi e moderni a
fini d’incasso. Il linguaggio cinematografico di Boyle è esperto, di effetto, rapido e deciso e porta con sé trovate che scavalcano agilmente molte regole di verosi miglianza.La mistura nel pastone filmico di elementi fiabeschi primitivi e sempre suggestivi (il buono che vince contro i cattivi) di melodramma ottocentesco
e di gestualità criminali vecchie e nuove, di crudeltà arcaiche e contemporanee,
rendono accessibile a tutti la vicenda e alla fine consolatoria l’immagine
dell'India. «Se vuoi capirla – spiega Boyle – non devi cercare di risolvere i suoi
contrasti, devi abbracciarli». Egli assume l’idea orientale dell’accettazione della
sofferenza. Poi, seguendo la tradizione del melodramma, genere per eccellenza
dei film indiani, crea un giovane eroe dal piglio romantico, fedele all’amore per la
sua ragazza. In fondo secondo Boyle lo show a cui partecipa il suo Jamal Malik (Dev Patel) e la vicenda filmica «altro non sono che la cronaca di un sogno che si avvera». Ma nello stesso tempo, fra favola e realtà c’è un conflitto stridente che la bella colonna sonora di Allah Rakha Rahman alleggerisce o evidenzia lungo tutto il percorso. In una sequenza vediamo il ragazzino protagonista che si guadagna qualche rupia a guardia di un gabinetto posticcio e primitivo. Chiuso dentro per ripicca dal fratello Salim, esce attraverso la fogna per raggiungere l’attore preferito che plana con un elicottero. Pur così sporco e repellente ottiene l’autografo dalla star della Bollywood (la maggior industria cinematografica
indiana e mondiale) che firma in continuazione, senza neppure
guardare i suoi fan. La scena è emblematica. Escrementi e olimpo cinematografico:
tutto appartiene ad un unico sfondo in cui s’intrecciano gli opposti di indigenza
e ricchezza. Nelle sequenze, come in un grande frullatore, i pezzi della società indiana si fondono,urtano e si scheggiano, ma alcuni elementi restano interi. Il vissuto drammatico di Jamal che stona e insieme si adatta all’ambiente televisivo è in qualche modo uno specchio delle contraddizioni dell’India. Una convivenza mostruosa di elementi discordanti, un miscuglio torbido che è pista di lancio degli
affari e delle tecnologie e produzioni più avveniristiche attingendo al fattore povertà e forza-lavoro a infimo costo. La schiavitù moderna è fonte di ricchezza
per il capitale senza volto che prolifera a tutti i livelli e sfrutta perfino le bidonville come curiosità da offrire al turista. La storia del film è tipica della
condizione dei fuori-casta.Perduta la madre in un incendio attizzato da fanatici musulmani, il piccolo Malik (Azharuddin Mohammed Ismail) fugge dai bassifondi
col fratello Salid e l’amichetta Latika (l’espressiva Rubina Ali)sequestrati da trafficanti senza scrupoli. Mentre Salid (Madhur Mittal) diverrà un delinquente ribelle,ma di buon cuore, Jamal adolescente, approda, dopo molte peripezie, in un call-center come inserviente del the. Qui con un po’ di furbizia afferra la sua grande occasione.Riesce a farsi ammettere al Programma per diventare milionario
e dovrà rispondere a una serie di domande. Come ci riesce? Tutti se lo chiedono. Le sue risposte sono esatte non perché sia un genio o un imbroglione ma perché memorizzate dalla vita, come riflessi condizionati. La descrizione del format televisivo è puntuale e funziona da congegno filmico e narrativo, evocando episodi
del passato di Jamal. Sfilano quadri del mondo circostante, in cui regnano la fame, gli scontri religiosi e tribali, gli stupri, la prostituzione e la crudeltà malavitosa. Lo stile del regista, coadiuvato da Loveleen Tandan specialista del cinema indiano e dallo sceneggiatore Simon Beaufois si serve di un ritmo
dinamico molto attuale. Il film a metà fra la commedia e la tragedia è indiscutibilmente un prodotto confezionato su precise esigenze commerciali, rispettoso dei canoni produttivi di Bollywood con gli ingredienti delle lacrime
sugli orfani, del tradimento, dell’amore mitico e perfino del musical.
Le ingenuità narrative sono parecchie. Dalla facilità con cui Salid trova la pistola, allo spostamento dei piccoli fuggiaschi da Mumbay al Taj Mahal di Agra, meraviglia architettonica, distante dalla metropoli 1.204 km. Troppo agevolmente
poi riescono a liberarsi dalle mani dei boss. Lo stesso finale, il patetico abbraccio con Latika (da grande, Freida Pinto) alla stazione, in mezzo alla immensa folla, con in pugno l’assegno di 20 milioni di rupie è inverosimile. Nei grovigli
metropolitani ribollenti di teppa e di indifferenza è più facile sparire
che incontrarsi. E non basta a giustificarlo la predestinazione (“Era
scritto” ). Se la ragazza riesce a scappare grazie all’intervento di
Salid, ravveduto, ci si chiede come possa sfuggire alle spire di una organizzazione
potente. L’idea di Boyle è però di andare avanti comunque, anche con il suo
sguardo di estraneo occidentale, anche con errori, perché così, comunque,
si afferrano brani di realtà. Poco importa che la fattura del film sia concepita con astuzia. Levisioni di innocenti in mano a losche bande di trafficanti, di bimbi
accecati per essere avviati all’accattonaggio e ragazze in fiore imprigionate
nei bordelli acquistano un significato veritiero perché sappiamo
che ci sono. Il coraggio della disperazione di questa infanzia ci colpisce e sembra
riportarci al pauperismo descritto racchiude però una diversità. Mentre
i concorrenti a cui siamo abituati smaniano per “apparire”, egli si serve del trampolino televisivo solo per amore. Non mira ad integrarsi
nel sistema, non è avido di denaro, vuole vincere solo per liberare l’amata, schiava di un criminale.La sua scalata al milione nonè che l’anello successivo di n’esistenza
travagliata, disseminata di intralci, di dubbi, malgrado gli incoraggiamenti
dei fan. L’identikit di straccione torna sempre a galla.Anche il conduttore, che viene dalla gavetta, invidia il suo trionfo, cerca di sviarlo con falsi suggerimenti
e lo denuncia alla polizia.Ma Jamal resiste ai brutali interrogatori, che la dicono lunga sui metodidella Sicurezza a Mumbay. È innocente. Tira avanti pescando
nei sofferti ricordi: l’effigie di una banconota, la marca di un revolver
dai romanzi di Victor Hugo e di Charles Dickens da cui nacquero le proteste operaie e i movimenti di riscatto politico e sindacale dei due secoli scorsi. Immagine poi non così lontana, se ne ritroviamo gli echi anche da noi e in Europa nelle
zone di degrado dell’emigrazione clandestina. Riconosciamo anche come fenomeno globale le offerte di successo casuale. In tutto il mondo riempiono gli schermi tv le
chances di vincite mirabolanti capaci di trasformare in pochi minuti una vita. Una su tante. I programmi di “Chi vuol essere milionario?” sono di grande ascolto, diffusi ovunque. La figura del nostro protagonista racchiude però una diversità. Mentre i concorrenti a cui siamo abituatismaniano per “apparire”, egli
si serve del trampolino televisivo solo per amore. Non mira ad integrarsi
nel sistema, non è avido di denaro, vuole vincere solo per liberare
l’amata, schiava di un criminale. La sua scalata al milione non è che l’anello successivo di un’esistenza travagliata, disseminata di intralci, di dubbi, malgrado gli incoraggiamenti dei fan. L’identikit di straccione torna sempre a galla.
Anche il conduttore, che viene dalla gavetta, invidia il suo trionfo,
cerca di sviarlo con falsi suggerimenti e lo denuncia alla polizia.
Ma Jamal resiste ai brutali interrogatori, che la dicono lunga sui metodi
della Sicurezza a Mumbay. È innocente. Tira avanti pescando
nei sofferti ricordi: l’effigie di una banconota, la marca di un revol-
I giovani protagonisti in una sequenza del film.
dai romanzi di Victor Hugo e di Charles Dickens da cui nacquero le
proteste operaie e i movimenti di riscatto politico e sindacale dei due
secoli scorsi. Immagine poi non così lontana, se ne ritroviamo gli
echi anche da noi e in Europa nelle zone di degrado dell’emigrazione
clandestina. Riconosciamo anche come fenomeno globale le offerte
di successo casuale. In tutto il mondo riempiono gli schermi tv le
chances di vincite mirabolanti capaci di trasformare in pochi minuti
una vita. Una su tante. I programmi di “ver, una data, un luogo, il nome
del quarto Moschettiere di Dumas. Avanza con la forza del sentimento.
È certo che la sua ragazza lo vedrà in tv e lo raggiungerà.
La sua psicologia ricorda più quella di un personaggio ottocentesco
che di un rampollo del Duemila,soggetto ai modelli utilitaristici.
Jamal si contrappone alla corrente, mostra che ci si può opporre al destino,
inseguendo dei valori, contro la stessa logica della società.
Forse questo è il messaggio che riscatta il feuilleton e piace alla gente
comune, accanto alla sincerità gestuale dei piccoli attori presi dalla
strada, vittime di una condizione umana indegna, da cancellare.

Monday, June 01, 2009


INVECCHIARE
DIVENTARE UN CUCCHIAIO PICCOLO
E UN GRANDE RACCOLTO
SEMI FOGLIE CHICCHI SUONI PASSI PROFUMI
CHE MI ASSALGONO AMOREVOLI
CAPARBI
IL LATTE CODENSATO
DEL PACCO DELLA NONNA
LA LETTERATURA RUSSA
LE CANZONI NAPOLETANE SUONATE AL PIANOFORTE
L'ALTROVE CONTINUO FAMILIARE
DEI LUOGHI ABITATI E PERDUTI
CAMBIATI
LE LETTERE DI RINGRAZIAMENTO DEL SULTANO
DEI COLONNELLI INGLESI
L'AFRICA E LA RUSSIA.
LA FOTO DELLA BISNONNA
CON GLI OCCHI SERI.
LO SCIALLE A FODERARE LA SCHIENA
DRITTA.
MI INDICA UN TEATRO PERSONALE
LE MOVENZE DEGLI AVI
NELLE CUCINE DI CASA.
DA PICCOLA RIDEVO DI TUTTI I PERSONAGGI.
SONO QUEI SEMI
CHE HO MANGIATO E SUCCHIATO
E SPATOLATO COL CUCCHIAIO.


Si accendono luci fioche
come fari di navi
nella nebbia veneziana
l'eco delle sirene delle barche
è il richiamo
d'una madre carnale
che canta malinconica
in un silenzio d'acqua.

Monday, August 25, 2008



A VALERIA

GRAFFIAVA COME UNA BREZZA
IL PENNINO.
COME L’ UNGHIA RUVIDA
DI UNA MANO DOLCE.
C’ERA IL SORRISO
E LA CAREZZA CON LE LABBRA CHIUSE
COME UN RIFLESSO
SULLA FINESTRA A STRAPIOMBO SULL'ACQUA,
E L'ODORE DEL RIO TRA LE CASE
UNICO AL MONDO AL SOLE,
CON L'OLIO DI LINO,
E LA TREMENTINA.
PER SEMPRE PROFUMI DIVINI.
E UN TUFFO AL CUORE.
LA VITA DI PRIMA
NON AVEVA SOTTRAZIONE E ASSENZA :
ORA DISEGNO E PAROLE
SONO LA MANCANZA
DEL TUO CORPO.
LE FIGURE DIPINTE CHIAMANO ALLA VITA
GIRANO E GIRANO
MA NOI VOLTEGGIAMO
SENZA POTERCI ANCORARE
A QUEL CORPO UNICO
FONDAMENTALE
CHE MI APPARE QUASI OGNI GIORNO
CON UN ACCENNO SERENO
NEGLI OCCHI,IMPALPABILE.
PER IL NOSTRO QUOTIDIANO
IL CORPO E' TUTTO
E IL PENSIERO FATICA A BASTARE
PER LE SCORRIBANDE
CHE ANCORA VORREMMO
MA
CHE DOVREMO FARE
DA SOLE.

- PASSO A DUE di Marina Ferrante


- Pronto..
- Si, ..senti, questa però è l’ultima volta che ti rispondo. Domani mi devo alzare presto, lo sai.
- Oh ti prego, continuo a sentire quei passi di sopra. L’appartamento è vuoto, non ci può essere nessuno lassù, è disabitato da anni . Ho paura.
- Olivia, sei ben chiusa nel tuo appartamento,mettiti a dormire e smetti di pensare ai i rumori .
- Ascolta, li puoi sentire tu stesso, adesso avvicino il telefono al soffitto , oh questi passi continui, e un lamento, sembra un gemito, qualcuno che sta male. Che soffre.
- Olivia! tu e la tua fantasia, sempre esagerata. Io non sento nulla . E poi qualcuno si può essere trasferito in questi giorni. Cosa ne sai tu. Sei in grado di controllare tutto quello che succede nel palazzo?
- Io vado di sopra a vedere.
- Olivia non ti muovere di casa, hai capito! Non ti azzardare ad uscire dall’appartamento quest’ora.
- Ma non hai appena detto che sono al sicuro.
- Sei al sicuro dentro casa. E’ evidente. Ma che cosa ti salta in mente, insomma, hai deciso di farmi impazzire. Io devo, ho detto devo andare a dormire. Domani ho una giornata pesante e non mi posso permettere di restare sveglio.
- Bernard, oh Bernard, il lamento è più forte. Io non resisto qui da sola, Bernard. I passi sono qui fuori, sul pianerottolo, fuori della porta. Oh merda, io non ho il coraggio di guardare dallo spioncino…
- Olivia. Olivia, respira. Calmati e respira.
- Ma come faccio a respirare io sto tremando di paura.
- D’ accordo, d’accordo basta, ora mi vesto e vengo lì. Chiudi il telefono, tra mezzora sarò da te, stai tranquilla adesso, prepara una camomilla.
- Io non metto giù il telefono, sei matto e come faccio a resistere.
- Allora finisci quei bozzetti per la campagna pubblicitaria, sei in ritardo con la consegna no? E così ti distrai e non pensi ai rumori.
- Ma cosa dici, i disegni. Come posso mettermi a disegnare con la paura che ho addosso, oh mio Dio, senti che forti, adesso sembra che battano sul pavimento, Bernard, ti prego fai presto.
- Olivia, Gesù, fammi prendere gli appunti, la valigetta con i documenti per domani, la camicia. Domani ho una riunione importantissima, forse la più importante degli ultimi due anni, domani si decide della mia vita, ragazza, e forse potrai smettere di lavorare.
- Smettere di lavorare, a trent’anni, sei impazzito Bernard? Cosa dovrei fare secondo te, passare le mie giornate in palestra o nei centri commerciali, mentre tu fai carriera? Bernard, Bernard sento di nuovo i passi qui fuori e oh, anche un fruscio, e il lamento, sembra un gatto arrabbiato.
- Ecco vedi magari è un gatto in amore, altro che arrabbiato. Adesso sto uscendo, ci vediamo tra poco.
- No Bernard, tu devi continuare a stare al telefono con me, non hai capito, non posso chiudere questa maledetta comunicazione.
- Olivia c..caspita, sei ..sei .. insomma non fare la pazza, sei veramente irragionevole. Sono senza parole, non immaginavo che fossi così. Quando ti ho conosciuta a quella festa mi eri sembrata cosi diversa, forte, indipendente e ora guarda, in questi ultimi mesi sei diventata peggio di una bambina viziata.
- Sei un egoista, pensi solo alle tue riunioni del ..
- Non dire parolacce Olivia
- Va bene, ma sei un insensibile egoista , mi avevi promesso che saremmo andati a vivere insieme presto, e sono ancora qui da sola in questo buco.. Ma dove sei Bernard? Bernard, aiuto sembra che qualcuno stia cercando di entrare in casa.
- Olivia. Olivia, come sarebbe entrare in casa, cosa sta succedendo?
- Sento armeggiare alla porta, Bernard, mio Dio cosa devo fare....
- Olivia, Gesù, ascoltami bene, Olivia, spegni la luci, hai capito, spegni la luce e nasconditi, Olivia, sono in macchina sarò lì tra pochi minuti, e smettila di parlare forte. Hai capito Olivia, Olivia mi rispondi? Olivia . Cosa sta succedendo adesso. Olivia. Olivia.
- (silenzio ma, rumori di sottfondo)
- Olivia. Mi senti?
- (silenzio ma, rumori di sottofondo)
- Olivia mi senti ?
- (silenzio ma, rumori di sottofondo)
- Olivia rispondi ..
- (silenzio ma, rumori di sottofondo)
- Pronto Bernard, Bernard mi senti”? Rispondi, non ti sentivo più Bernard, non c’era campo, senti, ha smesso, non ci sono più i passi, non c’e’ più nessun rumore, Bernard.. Bernard oh meno male, sembra che sia tutto finito Bernard, mi senti?
- (silenzio)
- Bernard
- (silenzio e rumori di sottofondo di macchine che sfrecciano.)
- Bernard.
- (silenzio e rumori di sottofondo, una sirena lontana , un’altra più vicina)
- Mio Dio Bernard cosa sta succedendo (la voce scende in un soffio pieno di angoscia)
- (rumori rumori più forti, voci che urlano comandi)
- Prontooooo prontoo aiutooo cosa sta succedendo?
- (rumori di lamiere ancora voci)
- Prontooo
- (rumori)
- Prontoo Bernard Bernard.
- Pronto.
- Pronto Bernard?
- Pronto, chi parla?
- Sono Olivia Bardel cosa è successo, chi è lei.
- E’ la polizia signora, con chi parlo?
- Sono la fidanzata di Bernard Lo Cascio, cosa succede?.
- C’e’ stato un incidente, signora Bardel.

Bernard Lo Cascio, trentenne, emergente tycoon della new economy, indicato dagli analisti come un vero genio nel campo della comunicazione e candidato al posto di amministratore delegato di Master and Lords , azienda di punta nel settore della comunicazione è morto in un incidente di macchina mentre si stava recando dalla sua giovane fidanzata con la quale si sarebbe dovuto sposare a breve. L’auto è uscita di strada, facendo un salto di parecchi metri, cadendo da un cavalcavia. Gli inquirenti stanno cercando di stabilire le cause e la dinamica dell’incidente. Dai primi rilevamenti sembrerebbe che Lo Cascio abbia perso il controllo dell’auto. I funerali si terrano in forma privata.

Wednesday, June 27, 2007


CARTE DA GIOCO


Si era accorto di aver dimenticato il portafoglio a casa e viaggiava sul treno della metropolitana: a quell’ora del mattino, affollata e densa di umori sgradevoli. Sembrava di trovarsi dentro a un proiettile lanciato lungo il dedalo di gallerie, come canne di fucile nere e fumose. Il rumore entrava assordante nel vagone, dai finestrini segnati e sozzi aperti fino al limite opposto dalla barra di sicurezza. Erano saliti alla terza fermata dal capolinea una banda di zingari che si erano messi a suonare all’impazzata una composizione musicale ripetitiva del tipo Quoyannisquatsi, di Philip Glass, quel film con i binari colorate e le macchine che corrono veloci lasciando solo tracce e scie luminose sullo schermo. Le persone stivate li dentro, chi a leggere il giornale pencolante nel vuoto, chi a guardare nel nulla dei finestrini bui, avevano avuto un sussulto, insieme alle oscillazioni del treno e avevano girato la testa per guardarli:tutti giovani con la fisarmonica, i violini, la chitarra e un rudimentale amplificatore portato sulle spalle di uno di loro dentro uno zaino.
Ottiero voleva premiarli. Per una volta la musica aveva fatto emergere espressioni di leggera e rotonda curiosità nelle facce congestionate e chiuse dei passeggeri. Lo aveva fatto vibrare di una sottile e struggente malinconia, emozione davvero rara in quella dimensione di caustico fastidio e rassegnazione in cui si trovava. I quattro ragazzi suonavano in quel vagone squallido come un gruppo di musici alla testa di un corteo scomposto di marionette appese ai tubi di sostegno della carrozza. Qualcuno tamburellava contro quei tubi seguendo il ritmo. Ottiero si era dimenticato persino di quella che stava per succedergli. I ragazzi fermarono gli strumenti e riattaccarono con un motivo di sottofondo monocorde e il più basso cominciò a girare con un bicchiere di carta stropicciato, tendendolo verso le persone, senza dire nulla e ricevendo molte monete. Molte più monete del solito, per quella musica che avevano offerto con passione. Fu allora che Ottiero cercò il portafoglio nella tasca e non lo trovò. Il ragazzino rimase a guardarlo con un sorriso di pochi denti e gengive rosa, come a dirgli non te l’ho preso io, io non c’entro. E per un momento i loro sguardi si persero in quel pensiero. Ottiero che fruga nella memoria alla ricerca di un indizio, di dove potesse averlo lasciato. Il ragazzino che aspetta. Poi si ricordò di averlo visto l’ultima volta sul tavolo all’entrata di casa. “ Mi dispiace, non ho soldi..” “ Si si, non hai soldi…nemmeno una moneta?” “ Nemmeno una, è vero..” Ma il ragazzo non sembrò credergli, gli girò le spalle ed uscì veloce dal vagone. Ottiero ripiombò nello scalpitante rumore del treno ricordandosi che quel giorno stava andando in tribunale per divorziare. Era senza documenti, senza soldi, senza lavoro e stava per divorziare. Aveva dato le dimissioni dall’ufficio vendite di prodotti finanziari presso il quale lavorava da 15 anni e quel giorno il giudice gli avrebbe consegnato la sua copia dell’istanza di divorzio consensuale. Amava ancora Sofia, con la quale aveva diviso la passione per le scorribande al mare, le bevute con gli amici e le interminabili partite a carte.
Quando Sofia usciva da scuola, lo aspettava in un bar vicino all’ufficio di Ottiero e mangiavano insieme di gusto, porgendo bocconi, in un fiume di chiacchiere,tesi uno verso l’altro. A un certo punto lei aveva cominciato a non aver più voglia di niente. Lo trascinava a letto in lunghe sessioni amorose che finivano sempre con un forte senso di frustrazione e un mutismo ostinato di lei. La guardava timidamente da sotto le palpebre e scorgeva occhiate ostili e dolorose. Non c’era nessun altro, glielo aveva giurato. Era sopraggiunto un nulla ghiacciato che aveva corroso tutto come una ruggine ostinata e lei non aveva spiegazioni., voleva solo …levare le tende.. Diceva proprio così, come quando, dopo una serata con gli amici decideva che era il momento di tornare a casa. “Leviamo le tende? Ottiero stava andando da lei quella mattina. Finse per un attimo di avere una sorta di appuntamento con Sofia .. non la vedeva da qualche mese, viveva da Bice la sua migliore amica. Le avrebbe lasciato tutto. La casa, il servizio di bicchierini da vodka di cristallo, souvenir del viaggio a Praga, i racchettoni. Non avrebbe mai sopportato di continuare a vedere quelle carte da gioco abbandonate sulla libreria.
Sofia era seduta sulle panche del corridoio dell’aula giudiziaria. Non era solo lo squallore dell’androne sudicio a mettergli addosso una specie di brivido febbrile. Sofia sembrava rifiorita, con quel vestito estivo, rosa pallido e i capelli più corti e più chiari. Aveva l’aria più giovane, soave, delicata. Giocherellava con la borsa, e ogni tanto rispondeva a un tizio, l’avvocato probabilmente, seduto con le gambe accavallate e la cartella sulle ginocchia vicino a lei. Gli sembrò una estranea, qualcuno cui dare del lei, facendo precedere anche una qualche forma di cortesia come per esempio, mi scusi.. Ebbe anche paura di lei. D’un tratto Sofia era una raffinata signora dal profumo di fiori e il sorriso appena accennato sulle labbra dipinte di rosa. E lui un uomo misero e un tantino sporco, così sudato e impacciato, coi vestiti scuri in una giornata di estate e i calzini bucati nelle scarpe dal tacco consumato.
Oh Sofia, ciao, stai bene…
Ciao Ottiero, si bene, anche tu..
Si
Allora
Ah è arrivato il giudice, possiamo entrare.
Arrivò anche l’ avvocato di Ottiero.
Il giudice lesse la documentazione ad alta voce. Dovevano essere le ragioni della separazione pensò, quella sfilza di termini burocratici, che a un certo punto definivano lui stesso e Sofia, gli attori lì convenuti. Ma non riuscì a concentrarsi, nelle orecchie cominciò a risuonargli ancora quella musica della metropolitana. Attori. Si sarebbe alzato volentieri per ballare, attori, ma si trattenne sperando che lei, alla fine, guardandolo finalmente negli occhi ,con quella espressione complice e arzilla che lui conosceva bene , gli proponesse di levare le tende e andare a mangiare qualcosa là, al loro solito bar, trascinandolo per il gomito come due amanti segreti.
Se i signori si vogliono accomodare per la firma
Il giudice li fece avvicinare.
A Ottiero stava succedendo la stessa cosa di quando morì suo padre.
A 20 anni, durante il funerale, incapace di accettare quel fatto, si mise in mente che il padre sarebbe uscito dalla bara da un momento all’altro e seguitò a fissare la cassa, aspettando. Stava aspettando anche li, in quell’aula, che Sofia gli dicesse che non se ne faceva niente. Leviamo le tende e andiamo a casa. Fissava la nuca di Sofia che non lo degnava di uno sguardo e poi spostava gli occhi sul giudice.
Dopo pochi minuti però Ottiero prese la penna e firmò, attese che Sofia finisse gli svolazzi sulle carte: firmava sempre con esagerazione, e mise il suo cognome su tutte le copie, mentre il giudice “terminava la partitura” con vari timbri grandi e piccoli, dai suoni secchi o tuonanti , che sembravano gong e piatti di una orchestra spoglia. Si diedero la mano tutti, composti e legnosi. Sofia non aveva voluto nulla.
La casa l’avrebbero venduta con calma, non appena Ottiero si fosse sistemato con un nuovo lavoro. Nessun oggetto aveva destato il suo desiderio. Era distaccata e generosa. Non preoccuparti per me, non ho bisogno di nulla, e non saprei dove collo- care, come dire le cose, qualsiasi cosa. Magari quando avrò una nuova casa. Ma sai voglio rinnovarmi , tieni pure tutto,ti serve. Ecco, qualche libro, qualche cd di musica, ma più avanti. Non c’è fretta per questo. Stai bene Ottiero, prenditi cura di te.
Ottiero era risentito da quell’indifferenza per le cose materiali. Ogni gesto di Sofia era il quieto annullamento della vita passata insieme. Nessuna suppellettile, ricordo, palpabile traccia del passato avrebbe varcato quella sbarra abbassata ,senza la minima esitazione. Gli sembrava di avere, come un ridicolo e grottesco zaino da montagna gigantesco sulle spalle, tutta quella casa, che avevano messo insieme percorrendo chilometri di negozi e fiere e sfogliando pubblicità di occasioni strepitose, scorazzando felici con le scatole di librerie da montare e l’idea di costruire un opera d’arte. Ma non riuscì a dirle non lasciarmi solo con tutta questa roba, prenditi almeno la tua parte della nostra storia. Voleva ferirla. Disse la cosa più misera che gli uscì come un eco cavernosa. Le cose costano, pensaci. Sofia lo aveva guardato per un momento con tenera compassione. Ma certo, grazie Ottiero. Ci sentiamo. E si era voltata verso l’avvocato che le offriva un passaggio.

Il portafoglio non era sul tavolo all’entrata dell’appartamento. Ottiero cercò ovunque, preso da una frenesia violenta. Non può essere che me lo abbia rubato il ragazzo in metropolitana continuava a ripetere. Non può essere. Non può essere. Tra le carte della scrivania, in bagno, nell’armadio. Si dirigeva come un robot telecomandato cambiando direzione a caso buttando all’aria le stanze con irosa disperazione. Ad ogni oggetto spostato corrispondeva una fitta allo stomaco e la crescente consapevolezza che non gliene importava nulla. Gli bruciava dentro un furore demolitore che non apparteneva al suo carattere mite e rinunciatario. Eppure, eppure, forse me lo ha sfilato mentre osservavo gli altri suonare, magari il ragazzino basso si è intrufolato approfittando della distrazione. Fingeva di riflettere e invece affastellava pensieri e immagini senza alcuno appiglio logico. Ecco, l’avrò lasciato in ufficio si disse. La sua maledetta abitudine di appoggiare tutto ovunque, vuotandosi le tasche, quasi ad occupare con gli oggetti di sua proprietà uno spazio che altrimenti lasciava sempre agli altri, timoroso di disturbare. Al bar, l’avrò dimenticato al bar. Provò a cercare nella rubrica vicino al telefono il numero del locale dove andava a mangiare. C’era stato il giorno prima, l’ultimo giorno di lavoro. Ma al bar non c’era traccia del portafoglio e in ufficio, l’anziana assistente del direttore, dopo una lunga attesa replicò desolata che non c’era nulla. Che avrebbero cercato ancora e chiesto a quelli delle pulizie ma che sicuramente l’esito sarebbe stato negativo e si raccomandò di andare subito a fare una denuncia in questura.
Tornò invece in metropolitana, come un animale in cerca di una preda, lasciandosi alle spalle il disordine minaccioso delle stanze. Ai tornelli per la timbratura dei biglietti per la prima volta passò spedito davanti ai controllori senza timbrare il biglietto con la frettolosa sicurezza dei possessori di tessere di abbonamento, senza esibire alcunché. Scese precipitosamente le scale e aspettò il treno. Scalpicciò fuori dalle porte, alla prima fermata e ne prese un altro e ridiscese e avanti, su quello successivo. Continuò a vagare sui treni per tutto il pomeriggio, osservando la gente senza fretta, pervaso da una piacevole sensazione di pace. Non aveva mangiato nulla e aveva sete ma la languida certezza di non avere alcuna scadenza o termine da rispettare lo rendeva appagato e sonnolento. Avrebbe potuto restare la sotto fino alla fine del servizio, cullato dal rullio sordo del treno. A un certo punto salirono un gruppo di uomini vestiti di impeccabili abiti scuri e cravatta. Li riconobbe in ritardo mentre si avvicinavano festanti verso di lui. Erano colleghi, appena usciti dall’ufficio e avevano una gran voglia di chiacchierare.
“ Ottiero, questo è l’orario dei condannati al lavoro, che ci fai da queste parti.”disse uno. “ Eh non ce la conta giusto il dritto, fece un altro.” “ Questo ce la mette nel c… a tutti” disse un terzo. E ancora il primo “Dai, ce lo puoi dire, tanto noi miseri tapini moriremo in azienda, hai avuto qualche abboccamento oggi pomeriggio…” “Si, fece di nuovo il secondo, “ questo ce lo ritroviamo direttore generale…”
Ottiero guardava frastornato il branco dei colleghi stuzzicarlo, sostituire i motteggi, con frasi di sfottò, lanciate tra loro medesimi e dimenticarsi di sentire la sua risposta. Non gli risultava lo avessero mai stimato in ufficio. Anzi sapeva che, al contrario, si divertivano a dirsi, nei bagni, durante rapide riunioni davanti alle latrine che non aveva le palle. Facevano boccucce a cuore, imitandolo, distorcendo la sua gentilezza, storpiandola fino a farla diventare una parodia, come se fosse una femminuccia che non tira fuori gli zebedei, al momento giusto. Li aveva sentiti e visti da uno dei bagni dove si era chiuso di nascosto, mentre cercava un momento di solitudine, lontano dagli uffici open space. Sapeva che facevano scommesse che non ce l’avrebbe fatta. Troppo debole, nessuna grinta. Non avrebbe fatto carriera .
Così sorrise, esibendo una espressione talmente fredda e distante, quasi gli si fossero paralizzati i muscoli facciali, da assomigliare ad una scimmia digrignante. E poi si sentì chiedere “ avete visto per caso un gruppo di ragazzi rom che suonano con l’amplificatore, sono in cinque, di cui uno basso, il più giovane, credo?”
In quel momento, il treno, giunto alla fermata spalancò le porte e dalla banchina si sentì provenire una musica forte. Ottiero si catapultò fuori come se avesse avuto una molla dietro la schiena, gli sguardi meravigliati dei colleghi, rimasti con gesti a mezz’aria, nel tentativo di continuare la conversazione. E vide la banda dei ragazzi entrare due carrozze più avanti. Corse a perdifiato e riuscì a saltare sul treno proprio per un soffio. La musica aveva già foderato completamente l’abitacolo. Non li vide subito, mescolati tra la folla ma, dopo pochi secondi intravide il ragazzo con l’amplificatore. Si fece strada tra le persone, appendendosi ai corrimani e ai sostegni, come se dovesse superare un percorso di guerra. Il ragazzo più basso stava già preparando il bicchiere di carta per la questua e Ottiero gli si mise davanti. Gli disse piano, restituiscimi il portafoglio, me l’avete preso. Il ragazzo fece finta di non capire. Ottiero disse ancora,
- Ridammi il mio portafoglio ridammelo.
- Non ce l’ho, non sono stato io
- Ridammelo
Gli altri ragazzi smisero di suonare e si avvicinarono con aria tutt’altro che amichevole. Il più alto aveva un sorriso sfrontato brillante di denti d’oro.
- Siete dei ladri, usate la musica per rubare. Ladri.
- Non siamo ladri. rispose il ragazzo con l’amplificatore.
- Ladri.
- Tu sei matto, noi non rubiamo nulla. Aggiunse uno dei violinisti, impugnando
l’archetto come un’arma.
C’era un silenzio denso, fitto, sovrastato dai cigolii della carrozza che continuava a scodinzolare sui binari. Le teste dei passeggeri, in quel momento erano tutte chinate sui giornali o girate dalla parte opposta ma tutti, nonostante l’apparenza, ascoltavano con grande attenzione.
- Matto tu sei matto disse ancora il ragazzo con l’amplificatore, facendo il gesto di spingere Ottiero con la mano.
- Lui è malato e vecchio – disse precipitosamente il ragazzo basso prendendo per
Il gomito l’altro, come si farebbe con un fratello maggiore, per impedirgli di commettere un errore.
- Io non ho tuo portafoglio. Ma ho visto, è in cestino della prossima stazione a destra vicino alla scala, in fondo a destra.
- Adesso scendi con me e mi fai vedere dove .
Ottiero cercò di prendere per le spalle il ragazzo basso ma lui, veloce sgusciò al volo fuori dal treno appena giunto alla stazione . E Ottiero dietro di loro.
Nessuno dei presenti si mosse. Ormai tutti fissavano la scena apertamente, senza imbarazzo e pudore, immobili, come se avessero assistito ad uno spettacolo.
- Vai da medico tu sei malato gli urlò il ragazzo basso, mentre correva insieme agli altri verso l’uscita.

Il portafoglio era li, nel cestino vicino alla scala a destra, proprio accanto all’uscita. Esattamente dove aveva detto il ragazzo basso. C’era tutto, mancavano solo i soldi. Lo tenne in mano, lo strinse tra le nocche bluastre e improvvisamente cominciò a scivolare a terra come se si trovasse in un mare di sapone.
L’ultima cosa che pensò fu sto cadendo, sto cadendo ..come in un sogno, non mi sento più le gambe.


Ottiero aprì gli occhi con il faccione della infermiera che gli fluttuava davanti, indaffarata coi i tubi e i fili e i monitor a cui era collegato.
- Ben svegliato.
Provò a chiedere qualcosa ma la gola gli doleva terribilmente.
- Buono, buono, non può parlare è stato male, adesso viene il medico e le spiega tutto.
Tentò di allungarsi e prendere la mano dell’infermiera ma un’altra fitta gli arrivò come una frustata alle mani.
- Sig Ottieni, ha le flebo, faccia il bravo, tranquillo, che va tutto bene, eh.
Il medico era sopraggiunto e lo guardava con un viso franco che emanava un ché di bonario e pulito.
- Allora come si sente.. muova solo la testa, tutto bene?
Ottiero roteò la testa e la stanza comincò a girare.
- Il ra..azo del metrò, mi ha ruba.. .. si sforzò Ottiero,ottenendo di emettere solo dei rantoli soffiati incomprensibili.
- Buono, buono, che per il momento è meglio che non parli. Abbiamo dovuto operarla. Ha avuto un infarto Signor Ottieni ma, adesso è fuori pericolo. Riposi, adesso, riposi. Abbiamo cercato di contattare i suoi familiari ma non abbiamo trovato nessun numero. Desidera che telefoniamo a qualcuno eh …
- Prendo nota del numero, come facciamo dottore – disse l’infermiera.
- Eh adesso vediamo..
- Mia moglie – raschiò con tutte le sue forze Ottiero, stupendosi di quei suoni rauchi aspirati.




Sofia ricevette la telefonata sul cellulare di domenica alle dieci del mattino , tre giorni dopo il divorzio. Stava bevendo il caffè nella grande cucina bianca di Bice.
- E’ l’ospedale, per Ottiero, devo andare subito
- Ma cos’è questa storia, cos’è successo..
- Non lo so devo andare..
- Ottiero riesce sempre a rovinarti tutto.
- Stupida, non .. Sei ingiusta,..cosa c’entra adesso..
- E’ sempre stato un debole..lo dicevo che la giornata andava storta..
Tutte due pensarono la stessa cosa. Bice aveva letto le carte la sera precedente.
Un fante di picche. Impedimenti, cattive notizie. Sofia aveva cominciato a scherzare, a prendere in giro Bice, fissata con le carte.
- Mi sa che domani ..qualcosa andrà storto, aveva detto mentre preparava la borsa per il mare . Quel fante di picche..
Sofia entrò nella camera a due letti dell’ospedale, subito dopo aver parlato con il medio.
- Ciao…
- Sofia
- No non parlare Ottiero. Sei stato operato, qualcosa al miocardio, e in più c’era l’infarto. Ma tu lo sapevi di essere malato? Il medico mi ha detto che non puoi non avere avuto disturbi.. Lo sapevi Ottiero
- No, Si..
- Perché non me lo hai detto..
- Non lo so.. - Gli sembrava di gracidare come una rana.- Il ragazzo del metrò, mi hanno rubato il portafogli.. e poi ..
- Quale ragazzo del metrò..
Sofia gli mise una mano morbida sul viso, come se volesse racchiuderlo, fresca,
un fiore concavo che gli toglieva il dolore. E lo guardò timida, con una occhiata di tenera tristezza. Lui rispose con uno sguardo umido, grato, gli occhi pieni di speranza.
- Dai che appena ti rimetti, leviamo le tende e andiamo al mare…

Ottiero sognò il ragazzo basso del metrò. Suonava in un grande circo, insieme agli altri. Tutti vestiti di strani costumi da ussari. Il circo continuava a ingrandirsi, come se si dilatasse. C’erano saltimbanchi, cavalli, acrobati che ballavano intrecciandosi gli uni con gli altr.A un certo punto era arrivato anche il coro dell’armata rossa. Ottiero era a in prima fila ad applaudire e accompagnare il ritmo della musica. Il ragazzo danzava, volteggiando su se stesso, facendo ruotare un mantello rosso damasco brillante, poi si girò, sorrise a Ottiero, fermandosi a guardarlo intensamente e sparì tra la folla che ondeggiava.