Valeria D'Arbela
Wednesday, May 05, 2010
Saturday, May 01, 2010

Terra di nessuno
"install-azione-stazione"
Mean Mr Mustard - The Beatles
Mean Mister Mustard sleeps in the park
Shaves in the dark trying to save paper
Sleeps in a hole in the road
Saving up to buy some clothes
Keeps a ten bob note up his nose
Such a mean old man
Such a mean old man
His sister Pam works in a shop
She never stops, she's a go-getter
Takes him out to look at the queen
Only place that he's ever been
Always shouts out something obscene
Such a dirty old man
Such a dirty old man
Saturday, April 24, 2010
Thursday, April 15, 2010
Norwegian Wood - The Beatles
I once had a girl, or should I say, she once had me...
She showed me her room, isn't it good Norwegian wood?
She asked me to stay and she told me to sit anywhere,
So I looked around and I noticed there wasn't a chair.
I sat on a rug, biding my time, drinking her wine,
We talked until two and then she said: "It's time for bed"
She told me she worked in the morning and started to laugh.
I told her I didn't, and crawled off to sleep in the bath
And when I awoke, I was alone, this bird had flown
So I lit a fire, isn't it good Norwegian wood.

I once had a girl, or should I say, she once had me...
She showed me her room, isn't it good Norwegian wood?
She asked me to stay and she told me to sit anywhere,
So I looked around and I noticed there wasn't a chair.
I sat on a rug, biding my time, drinking her wine,
We talked until two and then she said: "It's time for bed"
She told me she worked in the morning and started to laugh.
I told her I didn't, and crawled off to sleep in the bath
And when I awoke, I was alone, this bird had flown
So I lit a fire, isn't it good Norwegian wood.
Wednesday, April 14, 2010
They say jump .... David Bowie
David Bowie - Jump They Say
Caricato da EMI_Music. - Guarda gli ultimi video musicali selezionati
David Bowie - Jump They Say
Caricato da EMI_Music. - Guarda gli ultimi video musicali selezionati
Wednesday, April 07, 2010
Saturday, April 03, 2010
Monday, March 29, 2010
ATLANTIS

Navighiamo senza barche o zattere, senza bussole e indicazioni.
Come ci si sente in questo grande spazio blu increspato di bianco, guardando ovunque e intorno solo blu?
Non c'è risposta se non il battito continuo del cuore e la sensazione di essere vivi.
Eppure avremmo bisogno di tante risposte e forse di più , di poter fare domande.
Ci farebbe sentire meno soli.

Navighiamo senza barche o zattere, senza bussole e indicazioni.
Come ci si sente in questo grande spazio blu increspato di bianco, guardando ovunque e intorno solo blu?
Non c'è risposta se non il battito continuo del cuore e la sensazione di essere vivi.
Eppure avremmo bisogno di tante risposte e forse di più , di poter fare domande.
Ci farebbe sentire meno soli.
Saturday, March 27, 2010
Al di là delle definizioni questo l'abbiamo chiamato amore.
....Ecco, se tutto si può cancellare e succede quando hai abbassato la guardia e pensi di essere immune da tutto quello che invece accade intorno, il tuo sguardo obliquo, di taglio, che però riesco a vedere nel suo unico verde scintillante, resta aggrappato ai miei occhi. Non serve altro. Racchiude, le parentesi e le sottolineature. E di solito in tutto questo sorridiamo, scoppia la risata chiara, bianca luminosa a volte trattenuta a stento, come un lungo soffio libero dalle labbra e dal naso. E di certo, ci guardiamo a tratti, fingendo noncuranti per non farci scoprire. Non ci sfioriamo nemmeno. Eppure siamo immersi totalmente uno nell'altro. Complici e apparentementi indifferenti come gatti dagli occhi socchiusi.....
If you do'nt know me by now... Simply red
....Ecco, se tutto si può cancellare e succede quando hai abbassato la guardia e pensi di essere immune da tutto quello che invece accade intorno, il tuo sguardo obliquo, di taglio, che però riesco a vedere nel suo unico verde scintillante, resta aggrappato ai miei occhi. Non serve altro. Racchiude, le parentesi e le sottolineature. E di solito in tutto questo sorridiamo, scoppia la risata chiara, bianca luminosa a volte trattenuta a stento, come un lungo soffio libero dalle labbra e dal naso. E di certo, ci guardiamo a tratti, fingendo noncuranti per non farci scoprire. Non ci sfioriamo nemmeno. Eppure siamo immersi totalmente uno nell'altro. Complici e apparentementi indifferenti come gatti dagli occhi socchiusi.....
If you do'nt know me by now... Simply red
Friday, March 26, 2010
RAI PER UNA NOTTE 25 MARZO 2010
La serata di Rai Per Una Notte di ieri 25 marzo dal Pala Dozza di Bologna ci ha fatto sentire meno soli. In tanti collegati via internet, ad ascoltare la radio, sintonizzati sulle emitenti locali, abbarbicati alle parole che diventano enormi montagne di verità e cultura. La realtà di un paese continuamente spinto verso il vuoto e lo svuotamento delle anime e dei corpi. E' stata una bellissima serata.
Ringraziamo di cuore tutti quelli che si sono impegnati ed adoperati in prima persona perchè accadesse.!!! Quante bellissime persone, quanta gente che desidera vivere in un paese civile. Grazie grazie grazie.
ODIARE I MASCALZONI E' COSA NOBILE. SIGNIFICA ONORARE GLI ONESTI.
QUANDO SI OFFENDE UNA LIBERTA', SI OFFENDE LA LIBERTA' DI TUTTI.
E' vero, noi la faremo sempre fuori dal vaso!!!! Lo giuriamo!
La serata di Rai Per Una Notte di ieri 25 marzo dal Pala Dozza di Bologna ci ha fatto sentire meno soli. In tanti collegati via internet, ad ascoltare la radio, sintonizzati sulle emitenti locali, abbarbicati alle parole che diventano enormi montagne di verità e cultura. La realtà di un paese continuamente spinto verso il vuoto e lo svuotamento delle anime e dei corpi. E' stata una bellissima serata.
Ringraziamo di cuore tutti quelli che si sono impegnati ed adoperati in prima persona perchè accadesse.!!! Quante bellissime persone, quanta gente che desidera vivere in un paese civile. Grazie grazie grazie.
ODIARE I MASCALZONI E' COSA NOBILE. SIGNIFICA ONORARE GLI ONESTI.
QUANDO SI OFFENDE UNA LIBERTA', SI OFFENDE LA LIBERTA' DI TUTTI.
E' vero, noi la faremo sempre fuori dal vaso!!!! Lo giuriamo!
Saturday, March 13, 2010
Personnes è il titolo scelto da Christian Boltanski per la sua installazione al Grand Palais di Parigi all’interno della rassegna Monumenta edizione 2010 in uno spazio di circa tredicimila metri quadrati delineato da un' architettura di ferro e di vetro.Chirstian Boltanski , Artista "della memoria e della perdita", autore del saggio “Lo Spettacolo del dolore”, che racconta l’indignazione di una società che si nutre mediaticamente del dolore altrui per allontanare la paura dalla propria realtà ha ideato quest'opera che vuole rappresentare la presenza dei morti. Personnes in francese significa “persone” e “nessuno “ e quindi conduce anche all'idea della scomparsa, della morte. Su richiesta dell’artista,il Grand Palais è stato reso freddo come un cimitero. Divise in decine di singole aree centinaia di vestiti giacciono a terra a rappresentare i corpi delle persone scomparse. La colonna sonora è stata composta assemblando le registrazioni di cuori che battorno. Anche i visitatori possono aggiungere il suono del proprio cuore, registrandolo in uno spazio che è stato creato appositamente.
(da Artsblog.it)
Thursday, March 11, 2010
Sunday, March 07, 2010
Che cosa si vede dalla finestra di una casa che si affaccia su di una stretta e ombrosa stradina di provincia, nell'arco di 24ore, posto che sei una disoccupata che rimane a casa perchè non sa dove andare e sopratutto non ha un soldo in tasca da spendere? E di cosa si parla quando la vista sulla strada si sdoppia e diventa accesso ad una finestra totalmente diversa ovvero la finestra del proprio computer e persino la finestra che la protagonista apre nella propria mente?
Iskra Maria, disoccupata, 50 anni, cultura media, aspetto anonimo, tendenza alla depressione, lo racconta del suo "Diario di Iskra Maria" (disoccupata,che deve il suo nome a un padre comunista e a una madre cattolica che non si sono mai messi d'accordo.)Un romanzo che si legge tutto d'un fiato, corto come quello dell'autrice in corsa verso la propria "liberazione" dalla prigionia casalinga.
......
"DIARIO DI ISKRA MARIA (DISOCCUPATA CHE DEVE IL SUO NOME AD UN PADRE COMUNISTA E AD UN MADRE CATTOLICA CHE NON SI SONO MAI MESSI D'ACCORDO) - Edizioni I Quaderni a Spirale - Eur 14
Iskra Maria, disoccupata, 50 anni, cultura media, aspetto anonimo, tendenza alla depressione, lo racconta del suo "Diario di Iskra Maria" (disoccupata,che deve il suo nome a un padre comunista e a una madre cattolica che non si sono mai messi d'accordo.)Un romanzo che si legge tutto d'un fiato, corto come quello dell'autrice in corsa verso la propria "liberazione" dalla prigionia casalinga.
......
"DIARIO DI ISKRA MARIA (DISOCCUPATA CHE DEVE IL SUO NOME AD UN PADRE COMUNISTA E AD UN MADRE CATTOLICA CHE NON SI SONO MAI MESSI D'ACCORDO) - Edizioni I Quaderni a Spirale - Eur 14
Saturday, February 27, 2010
Da L'AGENTE IMMOBILIARE
(CAPITOLO 5)
.....
Lorenzo arriva stanchissimo all’aeroporto di Venezia. Percepisce immediatamente il sentore familiare della laguna: salmastro con retrogusto di alghe e muffa. E’ un odore amico che odia ed ama. Una mano umida che gli strofina dolce il viso, che lo rincuora e lo aiuta a riordinare i pensieri. E’ arrivato dall’Afganistan con una grande quantità di foto scattate, forse le ultime, che ritraggono una desolante devastazione sullo sfondo di turbanti neri. Ma la sua attenzione è catturata dal ricordo di Olivier. Per tutto il viaggio di ritorno gli è parso di sentirselo addosso, perfettamente adattato alla sua pelle. Ha in corpo una specie di tamburo che continua a rullare. Gli vengono in mente i suoi occhi verdi. L’ultima volta che si erano visti, prima della sua partenza, Olivier gli aveva comunicato di aver accettato l’invito di un tizio conosciuto poco tempo prima, che gli aveva offerto un viaggio in Martinica.
- Non dovevi venire a Venezia per qualche giorno? Aveva obbiettato Lorenzo.
- Beh verrò un'altra volta… tanto l’invito è sempre valido no?
Si erano fronteggiati come due lottatori, lo sguardo franco di Olivier che lo ispezionava quasi divertito.
- Certo. E’ sempre valido.
Lorenzo era rimasto in silenzio. Non aveva nessuna intenzione di mostrare la sua delusione. Non voleva insistere. Cedere. Dirgli Vieni. Ti prego, vieni che non sto più nella pelle. Vieni da me che ho bisogno di toccarti..
Stava sperimentando per la prima volta la sensazione di avere ingoiato un intero cespuglio di spine che gli devastavano lo stomaco e si sentiva un sudore acido spumeggiare sulla schiena.
Mentre aspetta il battello che lo porti a casa al Lido prova a chiamare Olivier al telefono. Così. Pensa di chiamarlo per farsi del male. E' sicuro che non risponderà.
Se lo immagina al sole, in spiaggia con il tizio, un pubblicitario dal fisico molto curato, gli aveva detto Olivier sarcastico e si sente un perfetto coglione mentre compone comunque il numero sulla tastiera.
Il segnale di connessione gli penetra nell’orecchio e gli sembra fortissimo. Gli pare che lo possano sentire tutti quelli che gironzolano nei pressi dell’imbarco. Il telefono di Olivier è acceso e a Lorenzo manca il coraggio di fare quella telefonata.
- Ciao Lorenzo. Il tono di Olivier è gentile, sembra quasi grato. - Ben tornato a casa dal paese degli orrori. -
Lorenzo sente tutta la tensione scendere giù dalle sue spalle verso le gambe come una cascata d’acqua che corre verso il basso e anche la sua voce corre verso il basso, quasi un sospiro roco.
- Grazie. Com’è il tempo in Martinica?
- Bellissimo.
- Ovvio in Martinica è sempre bello.
Mentre Lorenzo fa uscire la propria voce spingendo sul diaframma, perché proprio non vuole uscire, riesce anche a pensare merda più volte e di se stesso coglione-stronzo . Vorrebbe anche confessare a Olivier, ma che stupido a non dirti subito quanto avrei voluto trovarti al mio ritorno magari ad aspettarmi in aeroporto e poi correre a casa e ….
-E’ vero – sta rispondendo Olivier – è un peccato, per il tempo dico, perché alla fine, non ci sono andato.
- Non sei partito?
- Eh no.. - Olivier ride - Sei ancora li?
- Si - Lorenzo si sente appeso ad una parete liscia senza appigli in caduta libera, una specie di o di beatitudine.
- E quindi stai ...qui.. non i vai più...
- No, non parto... perchè... in fondo in Martinica ci sono già stato ..
- Beh ma allora parti, cioè no.. vieni qui, vieni da me , non è la Martinica ma .. Olivier. Vuoi.. vedermi?
Scandisce molto bene il nome di lui e tutta la frase perché non crede di aver avuto il fegato per quelle parole tutte insieme .
- Voglio dire non vedo l’ora di …e
- Certo che voglio vederti , sennò avrei accettato l'invito, cosa te ne sembra?
Lorenzo pensa di aver sognato tutto. Prende il motoscafo mettendo semplicemente un piede dietro aggrappato ai pesi dello zaino e delle macchine fotografiche. L’odore salmastro gli sembra ancora più dolce e balsamico e la nebbiolina che lo avvolge gli addolcisce la pelle seccata dal sole e dalla lunga permanenza in aereo.
A casa sua, Olivier si mette a ridere, così, da solo con il telefono in mano e il vecchio gatto Joe che lo apostrofa con sonori mraahh , per ricordargli che è quasi ora di andare a dormire.
Non è solo ora dormire è anche ora di sognare... finalmente.. l'ultima volta risaliva a troppi anni prima.
..........
(CAPITOLO 5)
.....
Lorenzo arriva stanchissimo all’aeroporto di Venezia. Percepisce immediatamente il sentore familiare della laguna: salmastro con retrogusto di alghe e muffa. E’ un odore amico che odia ed ama. Una mano umida che gli strofina dolce il viso, che lo rincuora e lo aiuta a riordinare i pensieri. E’ arrivato dall’Afganistan con una grande quantità di foto scattate, forse le ultime, che ritraggono una desolante devastazione sullo sfondo di turbanti neri. Ma la sua attenzione è catturata dal ricordo di Olivier. Per tutto il viaggio di ritorno gli è parso di sentirselo addosso, perfettamente adattato alla sua pelle. Ha in corpo una specie di tamburo che continua a rullare. Gli vengono in mente i suoi occhi verdi. L’ultima volta che si erano visti, prima della sua partenza, Olivier gli aveva comunicato di aver accettato l’invito di un tizio conosciuto poco tempo prima, che gli aveva offerto un viaggio in Martinica.
- Non dovevi venire a Venezia per qualche giorno? Aveva obbiettato Lorenzo.
- Beh verrò un'altra volta… tanto l’invito è sempre valido no?
Si erano fronteggiati come due lottatori, lo sguardo franco di Olivier che lo ispezionava quasi divertito.
- Certo. E’ sempre valido.
Lorenzo era rimasto in silenzio. Non aveva nessuna intenzione di mostrare la sua delusione. Non voleva insistere. Cedere. Dirgli Vieni. Ti prego, vieni che non sto più nella pelle. Vieni da me che ho bisogno di toccarti..
Stava sperimentando per la prima volta la sensazione di avere ingoiato un intero cespuglio di spine che gli devastavano lo stomaco e si sentiva un sudore acido spumeggiare sulla schiena.
Mentre aspetta il battello che lo porti a casa al Lido prova a chiamare Olivier al telefono. Così. Pensa di chiamarlo per farsi del male. E' sicuro che non risponderà.
Se lo immagina al sole, in spiaggia con il tizio, un pubblicitario dal fisico molto curato, gli aveva detto Olivier sarcastico e si sente un perfetto coglione mentre compone comunque il numero sulla tastiera.
Il segnale di connessione gli penetra nell’orecchio e gli sembra fortissimo. Gli pare che lo possano sentire tutti quelli che gironzolano nei pressi dell’imbarco. Il telefono di Olivier è acceso e a Lorenzo manca il coraggio di fare quella telefonata.
- Ciao Lorenzo. Il tono di Olivier è gentile, sembra quasi grato. - Ben tornato a casa dal paese degli orrori. -
Lorenzo sente tutta la tensione scendere giù dalle sue spalle verso le gambe come una cascata d’acqua che corre verso il basso e anche la sua voce corre verso il basso, quasi un sospiro roco.
- Grazie. Com’è il tempo in Martinica?
- Bellissimo.
- Ovvio in Martinica è sempre bello.
Mentre Lorenzo fa uscire la propria voce spingendo sul diaframma, perché proprio non vuole uscire, riesce anche a pensare merda più volte e di se stesso coglione-stronzo . Vorrebbe anche confessare a Olivier, ma che stupido a non dirti subito quanto avrei voluto trovarti al mio ritorno magari ad aspettarmi in aeroporto e poi correre a casa e ….
-E’ vero – sta rispondendo Olivier – è un peccato, per il tempo dico, perché alla fine, non ci sono andato.
- Non sei partito?
- Eh no.. - Olivier ride - Sei ancora li?
- Si - Lorenzo si sente appeso ad una parete liscia senza appigli in caduta libera, una specie di o di beatitudine.
- E quindi stai ...qui.. non i vai più...
- No, non parto... perchè... in fondo in Martinica ci sono già stato ..
- Beh ma allora parti, cioè no.. vieni qui, vieni da me , non è la Martinica ma .. Olivier. Vuoi.. vedermi?
Scandisce molto bene il nome di lui e tutta la frase perché non crede di aver avuto il fegato per quelle parole tutte insieme .
- Voglio dire non vedo l’ora di …e
- Certo che voglio vederti , sennò avrei accettato l'invito, cosa te ne sembra?
Lorenzo pensa di aver sognato tutto. Prende il motoscafo mettendo semplicemente un piede dietro aggrappato ai pesi dello zaino e delle macchine fotografiche. L’odore salmastro gli sembra ancora più dolce e balsamico e la nebbiolina che lo avvolge gli addolcisce la pelle seccata dal sole e dalla lunga permanenza in aereo.
A casa sua, Olivier si mette a ridere, così, da solo con il telefono in mano e il vecchio gatto Joe che lo apostrofa con sonori mraahh , per ricordargli che è quasi ora di andare a dormire.
Non è solo ora dormire è anche ora di sognare... finalmente.. l'ultima volta risaliva a troppi anni prima.
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Keith Haring, peintre américain né en 1958 a débuté par des études de graphisme publicitaire. Commençant par dessiner sur les murs du métro, il expose finalement dans plusieurs galeries new-yorkaises prestigieuses, notamment chez Tony Shafrazi et Léo Castelli. A partir de 1984, il développe une symbolique colorée, liée au monde des médias et se distingue en créant une iconographie unique, aux formes synthétisées soulignées de noir. Outre son style graphique facilement identifiable, son immense popularité s'explique par sa prédilection pour des supports hors normes accessibles à tous : le métro, les murs de la ville, les réverbères, jusqu'aux produits dérivés qu'il commercialise lui-même.
.........
.........
William Kentridge
William Kentridge artista sudafricano, ha le sue radici a Johannesburg, dove è nato nel 1955 e dove continua a vivere e a creare la maggior parte delle sue opere.
Le sue opere esplorano le infinite tessiture della propria memoria personale e di quella collettiva per analizzare i conflitti di una società globalizzata. Pittura, disegno, bozzetti, installazioni, films che diventano video:Kentridge utilizza in modo affascinante tutte le tecniche per rappresentare l'umanità nelle sue pieghe più fragili e profonde.
William Kentridge artista sudafricano, ha le sue radici a Johannesburg, dove è nato nel 1955 e dove continua a vivere e a creare la maggior parte delle sue opere.
Le sue opere esplorano le infinite tessiture della propria memoria personale e di quella collettiva per analizzare i conflitti di una società globalizzata. Pittura, disegno, bozzetti, installazioni, films che diventano video:Kentridge utilizza in modo affascinante tutte le tecniche per rappresentare l'umanità nelle sue pieghe più fragili e profonde.
The Bohemian rhapsody
(Mercury)
Is this the real life?
Is this just fantasy?
Caught in a landslide,
No escape from reality
Open your eyes, Look up to the skies and see,
I'm just a poor boy, I need no sympathy,
Because I'm easy come, easy go, Little high, little low,
Any way the wind blows doesn't really matter to me, to me
Mama I just killed a man,
Put a gun against his head, pulled my trigger, now he's dead
Mama, life had just begun,
But now I've gone and thrown it all away
Mama, ooh, Didn't mean to make you cry,
If I'm not back again this time tomorrow,
Carry on, carry on as if nothing really matters
Too late, my time has come,
Sends shivers down my spine, body's aching all the time
Goodbye, ev'rybody, I've got to go,
Gotta leave you all behind and face the truth
Mama, ooh, I don't want to die,
I sometimes wish I'd never been born at all
I see a little silhouetto of a man,
Scaramouche, Scaramouche, will you do the Fandango
Thunderbolt and lightning, very, very fright'ning me
(Galileo) Galileo (Galileo) Galileo, Galileo figaro
Magnifico I'm just a poor boy and nobody loves me
He's just a poor boy from a poor family,
Spare him his life from this monstrosity
Easy come, easy go, will you let me go
Bismillah! No, we will not let you go
(Let him go!) Bismillah! We will not let you go
(Let him go!) Bismillah! We will not let you go
(Let me go) Will not let you go
(Let me go) Will not let you go (Let me go) Ah
No, no, no, no, no, no, no
(Oh mama mia, mama mia) Mama mia, let me go
Beelzebub has a devil put aside for me, for me, for me
So you think you can stone me and spit in my eye
So you think you can love me and leave me to die
Oh, baby, can't do this to me, baby,
Just gotta get out, just gotta get right outta here
Nothing really matters, Anyone can see,
Nothing really matters,
Nothing really matters to me
Any way the wind blows
(Mercury)
Is this the real life?
Is this just fantasy?
Caught in a landslide,
No escape from reality
Open your eyes, Look up to the skies and see,
I'm just a poor boy, I need no sympathy,
Because I'm easy come, easy go, Little high, little low,
Any way the wind blows doesn't really matter to me, to me
Mama I just killed a man,
Put a gun against his head, pulled my trigger, now he's dead
Mama, life had just begun,
But now I've gone and thrown it all away
Mama, ooh, Didn't mean to make you cry,
If I'm not back again this time tomorrow,
Carry on, carry on as if nothing really matters
Too late, my time has come,
Sends shivers down my spine, body's aching all the time
Goodbye, ev'rybody, I've got to go,
Gotta leave you all behind and face the truth
Mama, ooh, I don't want to die,
I sometimes wish I'd never been born at all
I see a little silhouetto of a man,
Scaramouche, Scaramouche, will you do the Fandango
Thunderbolt and lightning, very, very fright'ning me
(Galileo) Galileo (Galileo) Galileo, Galileo figaro
Magnifico I'm just a poor boy and nobody loves me
He's just a poor boy from a poor family,
Spare him his life from this monstrosity
Easy come, easy go, will you let me go
Bismillah! No, we will not let you go
(Let him go!) Bismillah! We will not let you go
(Let him go!) Bismillah! We will not let you go
(Let me go) Will not let you go
(Let me go) Will not let you go (Let me go) Ah
No, no, no, no, no, no, no
(Oh mama mia, mama mia) Mama mia, let me go
Beelzebub has a devil put aside for me, for me, for me
So you think you can stone me and spit in my eye
So you think you can love me and leave me to die
Oh, baby, can't do this to me, baby,
Just gotta get out, just gotta get right outta here
Nothing really matters, Anyone can see,
Nothing really matters,
Nothing really matters to me
Any way the wind blows
Friday, February 19, 2010
Monday, February 15, 2010
Thursday, February 11, 2010
Sunday, February 07, 2010
Dall' album VOL. III di Fabrizio De Andrè. Adattamento musicale al sonetto di Cecco Angiolieri. Il testo riportatato è il sonetto originale. Nel brano è modificato.
S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo;
s'i fosse vento, lo tempestarei;
s'i fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i fosse Dio, mandereil' en profondo;
s'i fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s'i fosse 'mperator, ben lo farei;
a tutti tagliarei lo capo a tondo.
S'i fosse morte, andarei a mi' padre;
s'i fosse vita, non starei con lui;
similemente faria da mi' madre.
Si fosse Cecco com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.
Testo:
Cantami di questo tempo
l'astio e il malcontento
di chi è sottovento
e non vuol sentir l'odore
di questo motor
che ci porta avanti
quasi tutti quanti
maschi , femmine e cantanti
su un tappeto di contanti
nel cielo blu
Figlia della famiglia
sei la meraviglia
già matura e ancora pura
come la verdura di papà
Figlio bello e audace
bronzo di Versace
figlio sempre più capace
di giocare in borsa
di stuprare in corsa tu
moglie dalle larghe maglie
dalle molte voglie
esperta di anticaglie
scatole d'argento ti regalerò
Ottocento
Novecento
Millecinquecento scatole d'argento
fine Settecento ti regalerò
Quanti pezzi di ricambio
quante meraviglie
quanti articoli di scambio
quante belle figlie da sposar
e quante belle valvole e pistoni
fegati e polmoni
e quante belle biglie a rotolar
e quante belle triglie nel mar
Figlio figlio
povero figlio
eri bello bianco e vermiglio
quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio
figlio figlio
unico sbaglio
annegato come un coniglio
per ferirmi, pugnalarmi nell'orgoglio
a me a me
che ti trattavo come un figlio
povero me
domani andrà meglio
Ein klein pinzimonie
wunder matrimonie
krauten und erbeeren
und patellen und arsellen
fischen Zanzibar
und einige krapfen
frùer vor schlafen
und erwachen mit walzer
und Alka-Seltzer fùr
dimenticar
(Un piccolo pinzimonio
splendido matrimonio
cavoli e fragole
e patelle ed arselle
pescate a Zanzibar
e qualche krapfen
prima di dormire
ed un risveglio con valzer
e un Alka-Seltzer per
dimenticar.)
Quanti pezzi di ricambio
quante meraviglie
quanti articoli di scambio
quante belle figlie da sposar
e quante belle valvole e pistoni
fegati e polmoni
e quante belle biglie a rotolar
e quante belle triglie nel mar.
Wednesday, February 03, 2010
IL PROFESSOR ADEN E’ IN PIEDI...
Il professor Aden è in piedi, nudo, al centro della stanza e guarda il muro. Sono le sei del mattino e ha dormito poco. Bofonchia piano e biascica. Ha sognato per 3 ore di essere in classe a interrogare i suoi studenti liceali. ” Cialtroni.. ” La sua voce cresce in un suono di animale furioso e spaventato. Cialtroni maledetti cialtroni.. asini .” Apre e chiude aritmicamente i pugni e continua a muovere le dita come se stesse sbriciolando qualcosa, le nocche pallide, grigie e venate di un blu sbiadito. Anche il suo corpo ha un colore spento, opaco. Ma contro il biancore sporco e macchiettato del muro, disegnato da sottili segni e parti di colore graffiato via, la sua sagoma immobile spicca come se si fosse impressa sulla parete. Sembra di sentire un rosario strozzato, che esce a forza dalla gola e dal petto. Nervi e muscoli fiaccati dall’età sono tesi in quella rabbia. E’ di nuovo il militare possente e l’insegnante autoritario che è stato per tanto tempo. Ha la memoria lucida e presente e i riflessi pronti a reagire.
L’appartamento è un desolato paesaggio di scatole impilate. Il trasloco. Ci sono state altre partenze, se le ricorda una per una, con i bauli neri e verdi, caricati sulle navi, sui treni con gli scompartimenti di legno. E sempre quella mesta smobilitazione attorno. Anche i mobili sono stati allineati, come se fossero in coda per uscire dalla porta di casa. Plastica a pallini per proteggerli, scotch marrone. Ovunque si giri lo sguardo, riquadri più chiari sul muro. In quello più minuto, era appesa il ritratto di sua madre Dagmar, con la gonna lunga, la giacchetta col colletto più chiaro e lo chignon tirato, a scoprire due occhi scuri penetranti. Verso quel piccolo esile rettangolo lattiginoso il professore ha uno scatto, parte all’attacco, marziale. Muove passi veloci e poi si ferma. Si gira dall’altra parte, verso l’angolo opposto e così senza preavviso comincia a piangere. Goffamente, mentre il suo corpo si affloscia e si rimpicciolisce fino a sembrare un ragazzino spaventato piscia contro le pareti scrostate. Fuori dall’appartamento la vicina di casa sta cercando di far entrare la chiave nella serratura, ma non ci riesce, perché Aden ha lasciato la sua dentro. Annabianca suona il campanello e batte con la mano spalancata.
“Professore, professore, cosa la mi fa oh professore, apra la porta che si deve fare. Oggi si deve fare… l’iniezione. La medicina. E poi c’è il trasloho. I nipoti, professore. Hanno chiamato tanto ier sera. E come mai. Si deve risponder al telefono.”
“ Troia. Vacca.” Pensa e dice piano Aden. E aspetta. Forse se ne andrà.
Invece a forza di insistere freneticamente e spingere, si sente il tintinnio metallico e la chiave cade dalla piccola feritoia. La vicina spalanca gli occhi sul professore nudo. Spalanca la bocca. Corre ad aprire le imposte. La stanza, i mobili si fanno invisibili, immersi come sono nella luce accecante di un mattino terso, là fuori .
“ Una così bella giornata” dice Annabianca e continua a tenere la bocca aperta sulla A che è anche AH professore cos’HA professore. Tiene le mani aperte come se dovesse prenderlo tra le braccia e cullarlo ma sul viso ha una smorfia di disagio e la bocca è all’ingiù in una piega di paura e di disprezzo. Aden va verso la camera da letto, gira il sedere magro e non risponde. E la vicina dietro, perché ha preso coraggio.
“ Eh, questa l’è la vecchiaia cattiva, professore. Non dia pena ai figlioli, ai nipoti. Si deve ubbidire, da bravo. Dove sono i vestiti, via, ecco i calzoni, le calze, prima le mutande. E poi giù, la pasticca, che poi se lo vole c’e’ il the.”
Aden ingurgita la capsula gialla. Si fa sistemare la camicia dentro i pantaloni di flanella. Più tardi la puntura, la minestra e poi la doccia. Domani arriva la ditta che porta via tutto: il trasloco.
“Deve essere contento professore, che poi i nipoti la portano in campagna, con loro.
In cucina Aden ha ammassato nuovi contenitori vuoti di uova e di latte appoggiati su giornali vecchi. Annabianca li arraffa con un sospiro.
“Vecchio rimbambito” pensa “fa un magazzino di spazzatura e rifiuti, meno male, fra poco è finita e via. I vecchi non possono stare soli, non possono. Meglio l’ospizio. Anch’io per me voglio la casa per gli anziani. Metto da parte che ci sarà bisogno di soldi.”
“Vacca.” pensa il professore e la guarda di sbieco. “ Si è presa i denari…” Ma abbozza un sorriso solo con la bocca, tirando più che può i muscoli del viso per sembrare gentile e accetta la tazza di the.
Sono in pedi in cucina a bere dalle chicchere di ceramica cinese. Annabianca sorbisce aspirando rumorosamente il liquido, in modo ritmico. Per Aden quel fruscio liquido è come una coltellata nel cuore. “Maleducata... Ha frugato nei miei nascondigli quella mentecatta. Pescava, tra le mie cose sul tavolo e dalle buste, fingendo interesse per il latino, il sorrisetto di Giuda, con lo straccio a mezz’aria ... zoticona, rustica, analfabeta ahh ... de rustica progenie, sempre villana fuit! E quella mania della pulizia.. a scartabellare tra i fogli, tra i notes di appunti... a scovare qualcosa nelle librerie, con la scusa degli acari. Altro che acari ,perbacco, andava a cercare il denaro, sì che lo andava a cercare ... con la scusa della pulizia.. homo homini lupus… ladra e impicciona, maledetta…
A mezzogiorno arriva la minestra di verdure, prima l’iniezione. Aden non esce di casa oggi. Rimane a fissare i riquadri bianchi sul muro. Domani c’è il trasloco. Si toglie di nuovo i vestiti e resta in piedi vicino al letto con i pugni chiusi. Più tardi c’è la doccia. Come al militare. Come tutti giorni. Usus efficacissimus rerum omnium magister. Pensa. Domani c’è il trasloco. Chi l’ha deciso il trasloco?
Così apre la porta di casa, bianco, grigio, denudato e grida, grida sulle scale con tutta la voce che ha in corpo: Sia ben chiaaaroo che ioooo, da quiiiii non mi muoooovoooo... Non mi muovo, non mi muovo, non mi muovo”.
Annabianca corre e guarda dallo spioncino. Ascolta. Dal salotto arriva la voce del marito. “Il professore è di nuovo nudo?” Non si sente altro che l’eco, nell’androne, della voce di Aden, in sottofondo il suono indistinto dei televisori accesi. E poi un tac. Silenzio. Tac: la porta di Aden che si chiude.
“Non mi piasce” Annabianca è in pedi vicina alla poltrona del marito.
“La notte prima del trasloco il professore un dorme”. aggiunge
“Lascia perdere via, l’è una bischerata, poi si quieta.” Sbadiglia il marito.
Annabianca torna alla porta. Ascolta il silenzio. Ma non si decide ad andare a dormire. “Quanti guai, quanti guai, signore, oh che croce quest’uomo. E mi dispiace per lui, come se mi fosse un parente.” Mormora, stropicciando la camicia da notte di flanella. Strascicando le pianelle, va in cucina. Apre appena la finestra, da lì si vede il riquadro illuminato di quella di Aden. Tende di nuovo l’orecchio, con la testa tra i due battenti, guarda verso la luce in cerca di indizi e aspetta. Non sa perché.
“Giù, vieni a dormire, è tardi, Bianca, o via…” Il marito di Annabianca alza appena la voce, come un giocatore stanco che ha perso la partita. Poi spegne la luce dell’abat-jour sul comodino e sospira. E dopo pochi minuti quasi contemporaneamente, Annabianca vede il riquadro della finestra del professore animarsi e la luce quasi fiammeggiare, sente un singhiozzo, simile a un rutto e parole vomitate a scatti.
“Oh vergine santa, professore!”
Aden sta scaraventando le scatole in cortile. Libri, oggetti, presi dagli scatoloni si abbattono sul piccolo marciapiedi di fronte alle piante.
“Cicero pro domo sua, quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini. Filistei siete tutti filistei... senza dignità...” Aden sbraita piangendo. “Che vergogna, che vergogna, che vergogna…”
Annabianca gli fa eco, svegliando il marito, che a tentoni cerca il telefono.
“Oh Mezzetti, Mezzetti, Dio mio, chiama l’ambulanza, i pompieri, oh Vergine santa professore, professore per carità…” La vicina rimane così, sospirando e mugolando, con le mani sulla bocca, davanti alla finestra, mentre fuori vola di tutto e altre finestre si aprono. Si sentono tapparelle che si arrotolano e spuntano teste arruffate, sul cortile.
E una specie di cascata di improperi e frasi interrogative si riversa nel cortile: “… Ma che succede... ma chiamiamo i carabinieri... domani, domani se ne va, c’è il trasloho, ah il trasloho, meno male il trasloho… Arrivano i pompieri e l’ambulanza. La gente è per le scale, che si sporge dalle balaustre, e dai corrimano, alcuni sono riuniti davanti alla porta di Annabianca, di fronte all’appartamento di Aden. “Tutto distrutto, con l’odio di un povero cane idrofobo… E chi c’entra lì dentro, con quella furia...” dice qualcuno.
Arriva un pompiere e prova a suonare. Ma sono già pronti a a usare la forza. La porta blindata è un problema, forse dalla finestra. “Ma da quel pertugio, come fate?” dice un altro. “Apra la porta” intima il capo dei vigili ad Annabianca, “su, apra con la chiave. E la porta si apre, non è nemmeno chiusa con le mandate. Il professore si volta, le cornee iniettate di sangue, verso tutti quegli occhi spalancati che scandagliano come raggi laser ed emette un rantolo, un singulto di bambino, ricacciato tra le ombre della gola. E i vigili entrano, insieme ai barellieri.
“Bisogna avvisare i parenti!“ dice il capo pompiere. Aden viene tirato via quasi dolcemente, come un burattino senza scheletro, accasciandosi tra quelle braccia forti e frettolose, totalmente indifferenti al contatto.
“Ah, sì, i nipoti” dice Annabianca “Poveri nipoti, povere anime, povero professore...”
Si sentono i suoni delle ricetrasmittenti e frasi mozze qua e là provenire dalla sala operativa. Il professor Aden viene rivestito e portato via in barella. I vigili recintano il mucchio informe lanciato nel cortile con una sottile striscia bianca e rossa. Tutti tornano alla spicciolata verso le proprie case. “Domani si vedrà cosa recuperare, da quel cumulo di cose, poi arriveranno i parenti. Sono stati chiamati? Sì, sono stati informati, partono stanotte, domattina sono qui.“ Ancora qualcuno si è attardato a scambiare quattro chiacchiere.
Per quasi tutto il tempo Annabianca non ha mai staccato la mano dalla bocca. Si siede in cucina, la finestra è ancora aperta. Per molte notti ha guardato quel riquadro di luce proveniente dalla stanza del professore, sentendosi montare dentro oscuri presagi. Il marito le porge dell’acqua, dopo aver bevuto dallo stesso bicchiere.
“A che ora vengono i nipoti?“ chiede ”La porta dell’Aden è chiusa? Ci mancherebbe rubassero proprio stasera, che poi la colpa è nostra… se ci son valori...”
“No, non ci son valori... non c’è nulla...” Annabianca toglie la mano dalla bocca per bere. Ha uno sguardo glaciale, di un marrone opaco, torbido. Fissa il marito per un momento. “Non c’è nulla, andiamo a dormire.”
Il condominio è tutto scuro, anche quel flebile faro, la luce sempre accesa di Aden chino sulle versioni latine, per notti intere, è spenta. C’è una brezza quasi primaverile che scompone i fogli mischiati in cortile e accarezza delicatamente la carta.
Il professor Aden è in piedi, nudo, al centro della stanza e guarda il muro. Sono le sei del mattino e ha dormito poco. Bofonchia piano e biascica. Ha sognato per 3 ore di essere in classe a interrogare i suoi studenti liceali. ” Cialtroni.. ” La sua voce cresce in un suono di animale furioso e spaventato. Cialtroni maledetti cialtroni.. asini .” Apre e chiude aritmicamente i pugni e continua a muovere le dita come se stesse sbriciolando qualcosa, le nocche pallide, grigie e venate di un blu sbiadito. Anche il suo corpo ha un colore spento, opaco. Ma contro il biancore sporco e macchiettato del muro, disegnato da sottili segni e parti di colore graffiato via, la sua sagoma immobile spicca come se si fosse impressa sulla parete. Sembra di sentire un rosario strozzato, che esce a forza dalla gola e dal petto. Nervi e muscoli fiaccati dall’età sono tesi in quella rabbia. E’ di nuovo il militare possente e l’insegnante autoritario che è stato per tanto tempo. Ha la memoria lucida e presente e i riflessi pronti a reagire.
L’appartamento è un desolato paesaggio di scatole impilate. Il trasloco. Ci sono state altre partenze, se le ricorda una per una, con i bauli neri e verdi, caricati sulle navi, sui treni con gli scompartimenti di legno. E sempre quella mesta smobilitazione attorno. Anche i mobili sono stati allineati, come se fossero in coda per uscire dalla porta di casa. Plastica a pallini per proteggerli, scotch marrone. Ovunque si giri lo sguardo, riquadri più chiari sul muro. In quello più minuto, era appesa il ritratto di sua madre Dagmar, con la gonna lunga, la giacchetta col colletto più chiaro e lo chignon tirato, a scoprire due occhi scuri penetranti. Verso quel piccolo esile rettangolo lattiginoso il professore ha uno scatto, parte all’attacco, marziale. Muove passi veloci e poi si ferma. Si gira dall’altra parte, verso l’angolo opposto e così senza preavviso comincia a piangere. Goffamente, mentre il suo corpo si affloscia e si rimpicciolisce fino a sembrare un ragazzino spaventato piscia contro le pareti scrostate. Fuori dall’appartamento la vicina di casa sta cercando di far entrare la chiave nella serratura, ma non ci riesce, perché Aden ha lasciato la sua dentro. Annabianca suona il campanello e batte con la mano spalancata.
“Professore, professore, cosa la mi fa oh professore, apra la porta che si deve fare. Oggi si deve fare… l’iniezione. La medicina. E poi c’è il trasloho. I nipoti, professore. Hanno chiamato tanto ier sera. E come mai. Si deve risponder al telefono.”
“ Troia. Vacca.” Pensa e dice piano Aden. E aspetta. Forse se ne andrà.
Invece a forza di insistere freneticamente e spingere, si sente il tintinnio metallico e la chiave cade dalla piccola feritoia. La vicina spalanca gli occhi sul professore nudo. Spalanca la bocca. Corre ad aprire le imposte. La stanza, i mobili si fanno invisibili, immersi come sono nella luce accecante di un mattino terso, là fuori .
“ Una così bella giornata” dice Annabianca e continua a tenere la bocca aperta sulla A che è anche AH professore cos’HA professore. Tiene le mani aperte come se dovesse prenderlo tra le braccia e cullarlo ma sul viso ha una smorfia di disagio e la bocca è all’ingiù in una piega di paura e di disprezzo. Aden va verso la camera da letto, gira il sedere magro e non risponde. E la vicina dietro, perché ha preso coraggio.
“ Eh, questa l’è la vecchiaia cattiva, professore. Non dia pena ai figlioli, ai nipoti. Si deve ubbidire, da bravo. Dove sono i vestiti, via, ecco i calzoni, le calze, prima le mutande. E poi giù, la pasticca, che poi se lo vole c’e’ il the.”
Aden ingurgita la capsula gialla. Si fa sistemare la camicia dentro i pantaloni di flanella. Più tardi la puntura, la minestra e poi la doccia. Domani arriva la ditta che porta via tutto: il trasloco.
“Deve essere contento professore, che poi i nipoti la portano in campagna, con loro.
In cucina Aden ha ammassato nuovi contenitori vuoti di uova e di latte appoggiati su giornali vecchi. Annabianca li arraffa con un sospiro.
“Vecchio rimbambito” pensa “fa un magazzino di spazzatura e rifiuti, meno male, fra poco è finita e via. I vecchi non possono stare soli, non possono. Meglio l’ospizio. Anch’io per me voglio la casa per gli anziani. Metto da parte che ci sarà bisogno di soldi.”
“Vacca.” pensa il professore e la guarda di sbieco. “ Si è presa i denari…” Ma abbozza un sorriso solo con la bocca, tirando più che può i muscoli del viso per sembrare gentile e accetta la tazza di the.
Sono in pedi in cucina a bere dalle chicchere di ceramica cinese. Annabianca sorbisce aspirando rumorosamente il liquido, in modo ritmico. Per Aden quel fruscio liquido è come una coltellata nel cuore. “Maleducata... Ha frugato nei miei nascondigli quella mentecatta. Pescava, tra le mie cose sul tavolo e dalle buste, fingendo interesse per il latino, il sorrisetto di Giuda, con lo straccio a mezz’aria ... zoticona, rustica, analfabeta ahh ... de rustica progenie, sempre villana fuit! E quella mania della pulizia.. a scartabellare tra i fogli, tra i notes di appunti... a scovare qualcosa nelle librerie, con la scusa degli acari. Altro che acari ,perbacco, andava a cercare il denaro, sì che lo andava a cercare ... con la scusa della pulizia.. homo homini lupus… ladra e impicciona, maledetta…
A mezzogiorno arriva la minestra di verdure, prima l’iniezione. Aden non esce di casa oggi. Rimane a fissare i riquadri bianchi sul muro. Domani c’è il trasloco. Si toglie di nuovo i vestiti e resta in piedi vicino al letto con i pugni chiusi. Più tardi c’è la doccia. Come al militare. Come tutti giorni. Usus efficacissimus rerum omnium magister. Pensa. Domani c’è il trasloco. Chi l’ha deciso il trasloco?
Così apre la porta di casa, bianco, grigio, denudato e grida, grida sulle scale con tutta la voce che ha in corpo: Sia ben chiaaaroo che ioooo, da quiiiii non mi muoooovoooo... Non mi muovo, non mi muovo, non mi muovo”.
Annabianca corre e guarda dallo spioncino. Ascolta. Dal salotto arriva la voce del marito. “Il professore è di nuovo nudo?” Non si sente altro che l’eco, nell’androne, della voce di Aden, in sottofondo il suono indistinto dei televisori accesi. E poi un tac. Silenzio. Tac: la porta di Aden che si chiude.
“Non mi piasce” Annabianca è in pedi vicina alla poltrona del marito.
“La notte prima del trasloco il professore un dorme”. aggiunge
“Lascia perdere via, l’è una bischerata, poi si quieta.” Sbadiglia il marito.
Annabianca torna alla porta. Ascolta il silenzio. Ma non si decide ad andare a dormire. “Quanti guai, quanti guai, signore, oh che croce quest’uomo. E mi dispiace per lui, come se mi fosse un parente.” Mormora, stropicciando la camicia da notte di flanella. Strascicando le pianelle, va in cucina. Apre appena la finestra, da lì si vede il riquadro illuminato di quella di Aden. Tende di nuovo l’orecchio, con la testa tra i due battenti, guarda verso la luce in cerca di indizi e aspetta. Non sa perché.
“Giù, vieni a dormire, è tardi, Bianca, o via…” Il marito di Annabianca alza appena la voce, come un giocatore stanco che ha perso la partita. Poi spegne la luce dell’abat-jour sul comodino e sospira. E dopo pochi minuti quasi contemporaneamente, Annabianca vede il riquadro della finestra del professore animarsi e la luce quasi fiammeggiare, sente un singhiozzo, simile a un rutto e parole vomitate a scatti.
“Oh vergine santa, professore!”
Aden sta scaraventando le scatole in cortile. Libri, oggetti, presi dagli scatoloni si abbattono sul piccolo marciapiedi di fronte alle piante.
“Cicero pro domo sua, quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini. Filistei siete tutti filistei... senza dignità...” Aden sbraita piangendo. “Che vergogna, che vergogna, che vergogna…”
Annabianca gli fa eco, svegliando il marito, che a tentoni cerca il telefono.
“Oh Mezzetti, Mezzetti, Dio mio, chiama l’ambulanza, i pompieri, oh Vergine santa professore, professore per carità…” La vicina rimane così, sospirando e mugolando, con le mani sulla bocca, davanti alla finestra, mentre fuori vola di tutto e altre finestre si aprono. Si sentono tapparelle che si arrotolano e spuntano teste arruffate, sul cortile.
E una specie di cascata di improperi e frasi interrogative si riversa nel cortile: “… Ma che succede... ma chiamiamo i carabinieri... domani, domani se ne va, c’è il trasloho, ah il trasloho, meno male il trasloho… Arrivano i pompieri e l’ambulanza. La gente è per le scale, che si sporge dalle balaustre, e dai corrimano, alcuni sono riuniti davanti alla porta di Annabianca, di fronte all’appartamento di Aden. “Tutto distrutto, con l’odio di un povero cane idrofobo… E chi c’entra lì dentro, con quella furia...” dice qualcuno.
Arriva un pompiere e prova a suonare. Ma sono già pronti a a usare la forza. La porta blindata è un problema, forse dalla finestra. “Ma da quel pertugio, come fate?” dice un altro. “Apra la porta” intima il capo dei vigili ad Annabianca, “su, apra con la chiave. E la porta si apre, non è nemmeno chiusa con le mandate. Il professore si volta, le cornee iniettate di sangue, verso tutti quegli occhi spalancati che scandagliano come raggi laser ed emette un rantolo, un singulto di bambino, ricacciato tra le ombre della gola. E i vigili entrano, insieme ai barellieri.
“Bisogna avvisare i parenti!“ dice il capo pompiere. Aden viene tirato via quasi dolcemente, come un burattino senza scheletro, accasciandosi tra quelle braccia forti e frettolose, totalmente indifferenti al contatto.
“Ah, sì, i nipoti” dice Annabianca “Poveri nipoti, povere anime, povero professore...”
Si sentono i suoni delle ricetrasmittenti e frasi mozze qua e là provenire dalla sala operativa. Il professor Aden viene rivestito e portato via in barella. I vigili recintano il mucchio informe lanciato nel cortile con una sottile striscia bianca e rossa. Tutti tornano alla spicciolata verso le proprie case. “Domani si vedrà cosa recuperare, da quel cumulo di cose, poi arriveranno i parenti. Sono stati chiamati? Sì, sono stati informati, partono stanotte, domattina sono qui.“ Ancora qualcuno si è attardato a scambiare quattro chiacchiere.
Per quasi tutto il tempo Annabianca non ha mai staccato la mano dalla bocca. Si siede in cucina, la finestra è ancora aperta. Per molte notti ha guardato quel riquadro di luce proveniente dalla stanza del professore, sentendosi montare dentro oscuri presagi. Il marito le porge dell’acqua, dopo aver bevuto dallo stesso bicchiere.
“A che ora vengono i nipoti?“ chiede ”La porta dell’Aden è chiusa? Ci mancherebbe rubassero proprio stasera, che poi la colpa è nostra… se ci son valori...”
“No, non ci son valori... non c’è nulla...” Annabianca toglie la mano dalla bocca per bere. Ha uno sguardo glaciale, di un marrone opaco, torbido. Fissa il marito per un momento. “Non c’è nulla, andiamo a dormire.”
Il condominio è tutto scuro, anche quel flebile faro, la luce sempre accesa di Aden chino sulle versioni latine, per notti intere, è spenta. C’è una brezza quasi primaverile che scompone i fogli mischiati in cortile e accarezza delicatamente la carta.
Sunday, January 24, 2010
Saturday, January 23, 2010
Monday, December 07, 2009
Monday, November 30, 2009
Saturday, November 28, 2009
Sunday, November 22, 2009
Saturday, November 21, 2009

Non ho acceso nessuna luce. Nemmeno spenta.
Per carità nessuna nebbia o cielo incolore
Per una trentina di pagine No! La dolorosa col velo nero,
che piange sofferti momenti trapiantati.
Non ho alzato veli tende su finestre
- Oh no devono essere per forza opache -
E caffè al mattino e vapori di doccia in box insonnia
Ho solo prestato (erano le due di notte)
La mia vecchia tuta di lurex e le scarpe con le zeppe
bellissima
A Renzo Maria
Eh me l’ha chiesta
Non era timido ed era per un concept party
Guadagna anche 100 eur per 4 ore
Balla bene
Ho singhiozzato perché non ci entro più
La tuta è una 42 come le scarpe che mi entrano ancora
Meno male.
Ahi che dolore mi fa
Samba samba la mia vecchia lurex tuta.
Andata.
Norman said...
Samba samba & salsa salsa & rosa marina. E intanto la tuta come la muta (da sub) e la cieca (di Sorrento, del Salento, del Cilento...) Andata! In fondo siamo tutti un po' andati, un po' malandati... ma bastano alcuni versi, per esempio come questi di Rodolfina, a farci tornare in sé in voi in noi marinai di terra e di stelle, col bavero alzato controvento e in favore della prossima notte che verrà, giù dritta a fior di pelle...
Norman Zoia
Thursday, October 15, 2009
Wednesday, October 14, 2009
TRACCE - FOTOGRAFIE di SERENA D'ARBELA
videowaves di Marfeda
ottobre 20009
Paesaggi di mare, alberi, foglie, sabbia e cielo. Tutte le stagioni e le luci. Il sole e la pioggia.
Il mare, si prende la scena mischiandosi ai rami, alle foglie, ai residui e ai fossili. Ha lasciato le sue tracce sulle radici e sui rami. Sulla sab...bia si riconoscono tracce di volti, segni e profili disegnate per un momento e poi cancellate dall'acqua. Oggetti abbandonati trasformati dalla salsedine. Ferro, stoffa, e altro ancora che sembrano appartenere solo al mare.Paesaggi che cambiano e restano solo nella memoria fotografica mentre il mare ruggisce o si distende catturando i cambiamenti di luce.
Tuesday, October 13, 2009
La mer (Khalil Gibran)
Dans le silence de la nuit alors que s’évanouit
L’éveil des hommes derrière leurs paupières,
La forêt s’écrie : « Je suis la puissance
Que le soleil a fait jaillir du cœur de la terre. »
Cependant la mer reste calme,
Disant en son cœur : « La puissance est à moi. »
Dit le rocher : « Le destin m’a érigé
En édifice jusqu’au jour du Jugement dernier. »
Cependant la mer reste quiète,
Disant en son cœur : « L’édifice est à moi. »
Dit le vent : « Comme je suis étrange,
Séparant le ciel de la brume. »
Cependant la mer demeure calme,
Disant en son cœur : « Le vent est à moi. »
Dit le fleuve : « Comme je suis pur,
Étanchant la soif de la terre. »
Cependant la mer demeure quiète,
Disant en son cœur : « Le fleuve est à moi. »
Dit le mont : « Je resterai élevé
Tant que perdureront les étoiles au sein de l’univers. »
Cependant la mer reste calme,
Disant en son cœur : « Le mont est à moi. »
Dit la pensée : « Je suis la reine,
Et il n’est d’autre reine au monde que moi. »
Cependant la mer demeure assoupie,
Disant dans son sommeil : « Tout est à moi. »
(Khalil Gibran, Merveilles et curiosités, 1923)
Monday, October 12, 2009
Tuesday, October 06, 2009
Assorto, http//poeta.web
corre il poeta notturno
a passi grandi
su tastiera grigia,
da qualche parte:
un transito
nel chissa' dove
d'un anello radiante,
tra le dita degli altri.
in quale luogo
e lo sguardo di chi
sobbalzera' con ritmo extrasistolico
per dire oh si
e leggere il poeta
insonne
- pensieri da lanciare -
fa parte del gioco
non sapere.
waves by marfeda
corre il poeta notturno
a passi grandi
su tastiera grigia,
da qualche parte:
un transito
nel chissa' dove
d'un anello radiante,
tra le dita degli altri.
in quale luogo
e lo sguardo di chi
sobbalzera' con ritmo extrasistolico
per dire oh si
e leggere il poeta
insonne
- pensieri da lanciare -
fa parte del gioco
non sapere.
waves by marfeda
Monday, September 28, 2009
Thursday, September 10, 2009
Wednesday, September 09, 2009

ORA UN FINALE SULLA RIVA
Ora un finale sulla riva,
ora alla terra e alla vita un finale e un addio,
ora Viaggiatore parti, (molto, molto è ancora tenuto in serbo per te)
spesso abbastanza ti sei avventurato sui mari,
cauto incrociando, studiando le carte
ritornando debitamente al porto e agli ormeggi;
ma ora obbedisci al segreto desiderio che hai nutrito nel cuore,
abbraccia i tuoi amici, lascia tutto in ordine,
per non tornare più al porto e agli ormeggi,
parti per la tua crociera senza fine, vecchio Marinaio.
Walt Whitman (dedicata a Valeria D'Arbela)
Sunday, September 06, 2009
Norman Zoia: una mia filastrocca che Susanna Schimperna ha letto venerdì notte a RADIO2, titolo del programma Cattivi Pensieri (proprio pochi minuti prima delle due, c'era Tito Schipa Junior ospite)argomento della trasmissione: 62-72 con omaggio a Fernanda Pivano:
Gli anni del twist e dell'Hully Gully / gli anni dei Beatles e di Grace Kelly / anni di Weoodstock e contestazione / anni della luna e dell'illusione / di minigonne, di nuovelle vague / di Pasolini, Fellini e Godard / del Papa buono, di Marylin / anni di piombo, miele e gin del grande Sogno, dei primi jeans / di Che Guevara e di Luther King gli anni del beat, del rock e del jazz / e quelli in bici con Gimondi e Merchx / gli anni di Nebbia e del suo cabaret / e quelli di Gaber, Battisti e De Andrè / e poi dell'impegno e dell'anarchia / e il cellulare è quello della polizia / anni della mala e di "ma mì ma mì ma mì" / e non era il computer a chiamarsi pc / gli anni di un piccolo astro nascente / Susanna bambina e adolescente / gli anni di Nanda nostra signora / li rivedo passare come fossero ora.
Gli anni del twist e dell'Hully Gully / gli anni dei Beatles e di Grace Kelly / anni di Weoodstock e contestazione / anni della luna e dell'illusione / di minigonne, di nuovelle vague / di Pasolini, Fellini e Godard / del Papa buono, di Marylin / anni di piombo, miele e gin del grande Sogno, dei primi jeans / di Che Guevara e di Luther King gli anni del beat, del rock e del jazz / e quelli in bici con Gimondi e Merchx / gli anni di Nebbia e del suo cabaret / e quelli di Gaber, Battisti e De Andrè / e poi dell'impegno e dell'anarchia / e il cellulare è quello della polizia / anni della mala e di "ma mì ma mì ma mì" / e non era il computer a chiamarsi pc / gli anni di un piccolo astro nascente / Susanna bambina e adolescente / gli anni di Nanda nostra signora / li rivedo passare come fossero ora.
PRIMO FESTIVAL DEL VIALE
Norman Zoia
La musica incontra l'arte, il vino, le associazioni umanitarie sullo stradone alberato che porta alla Madonna dei Miracoli. Un'anteprima all'insegna della musa delle muse aspettando il cinquecentenario dell'Apparizione. Sei gruppi e una big band, dislocati a un centinaio di metri uno dall'altro, per una passeggiata-spettacolo tra stand enogastronomici e di informazione sociale. Inoltre una qualificata mostra fotografica allestita dal Circolo dell'Immagine La Loggia, il tutto open air.
Un pomeriggio contrappuntato dai colori dell'estate che va a scemare e dai suoni di un nutrito drappello di cantanti e strumentisti. Proprio qui, tra i ricci delle castagne matte cadute e le panchine che, con gli alberi, sono le uniche a comprendere i segreti e a trattenerli. Più o meno così sta scritto in coda al pieghevole della manifestazione, a firma Davide Drusian, figura di primo piano tra i blues singers del nordest e anima di questo primo Festival del Viale insieme a Pablo della Omilos e a Francesco Clementi. Lo stesso Drusian, in formazione El Duo col fido Cocco Marinoni, ha fatto vivere a colpi di vecchi pezzi americani uno degli spazi preordinati per questo originale struscio che, per numeri ed energia, nulla ha avuto da invidiare a quelli di Riccione o di Cortina. Il repertorio proposto ha bene accontentato sia il gusto medio-pop sia l'orecchio più esigente. Dalle 17.30 si è andati infatti col jazz di Giovanni Buoro in trio passando per la canzone popolare degli H Storta, dalle danze e l'animazione della Banda del Mago alle hit internazionali di Francesca & Manuel Ziroldo, dalle cover di Bob Dylan rilette dai Saltafossiparlongo fino al ritorno jazzato per un gran finale con la Big Evolution Band nel contesto della Festa del Pesce presso la struttura Avis, nell'area dell'ex macello comunale. Un appuntamento di grande e sentita aggregazione, reso possibile dai molti sostenitori che hanno creduto nell'evento. Special thanks d'obbligo per l'associazione Methanolic, le Cantine Capo di Vigna (Villanova), Rigoni (Malintrada) e Lazzarotto (Lorenzaga). Altri doverosi ringraziamenti per i punti d'informazione e ricreazione organizzati da Greenpeace ed Emergency, Ceod e Protezione Civile, Ludus in Tabula e Amici del Cuore, Bar al Ritrovo, Ristorante al Paradiso di Meduna e City Service. Grazie altresì a Fratelli Bianco Calzature, Termo Tecnica e Pizzeria da Sesto. Molte ancora le forze in campo: le Città di Motta di Livenza e di Oderzo affiancate dai Comuni di Chiarano, Cimadolmo, Fontanelle, Gorgo al Monticano, Mansuè, Meduna di Livenza, Ormelle, Ponte di Piave, San Polo di Piave, Portobuffolè e Salgareda. Cui si aggiungono la Pro Loco e l'Avis mottensi, la Regione del Veneto, l'Aulss 9 di Treviso, Urbanspace, Insieme Si Può, GPS (giovani produttori di significati) e il Ministero della Gioventù (Governo Italiano). La gente ha partecipato fattivamente, non lesinando meritati applausi, suddividendosi e interscambiandosi fra le varie postazioni degli artisti in scena on the road. Afflusso e gradimento con lode. Già si aspetta con una sana voglia la seconda edizione.
Pubblicato da piave in data Sabato, 05 settembre 2009
Norman Zoia
La musica incontra l'arte, il vino, le associazioni umanitarie sullo stradone alberato che porta alla Madonna dei Miracoli. Un'anteprima all'insegna della musa delle muse aspettando il cinquecentenario dell'Apparizione. Sei gruppi e una big band, dislocati a un centinaio di metri uno dall'altro, per una passeggiata-spettacolo tra stand enogastronomici e di informazione sociale. Inoltre una qualificata mostra fotografica allestita dal Circolo dell'Immagine La Loggia, il tutto open air.
Un pomeriggio contrappuntato dai colori dell'estate che va a scemare e dai suoni di un nutrito drappello di cantanti e strumentisti. Proprio qui, tra i ricci delle castagne matte cadute e le panchine che, con gli alberi, sono le uniche a comprendere i segreti e a trattenerli. Più o meno così sta scritto in coda al pieghevole della manifestazione, a firma Davide Drusian, figura di primo piano tra i blues singers del nordest e anima di questo primo Festival del Viale insieme a Pablo della Omilos e a Francesco Clementi. Lo stesso Drusian, in formazione El Duo col fido Cocco Marinoni, ha fatto vivere a colpi di vecchi pezzi americani uno degli spazi preordinati per questo originale struscio che, per numeri ed energia, nulla ha avuto da invidiare a quelli di Riccione o di Cortina. Il repertorio proposto ha bene accontentato sia il gusto medio-pop sia l'orecchio più esigente. Dalle 17.30 si è andati infatti col jazz di Giovanni Buoro in trio passando per la canzone popolare degli H Storta, dalle danze e l'animazione della Banda del Mago alle hit internazionali di Francesca & Manuel Ziroldo, dalle cover di Bob Dylan rilette dai Saltafossiparlongo fino al ritorno jazzato per un gran finale con la Big Evolution Band nel contesto della Festa del Pesce presso la struttura Avis, nell'area dell'ex macello comunale. Un appuntamento di grande e sentita aggregazione, reso possibile dai molti sostenitori che hanno creduto nell'evento. Special thanks d'obbligo per l'associazione Methanolic, le Cantine Capo di Vigna (Villanova), Rigoni (Malintrada) e Lazzarotto (Lorenzaga). Altri doverosi ringraziamenti per i punti d'informazione e ricreazione organizzati da Greenpeace ed Emergency, Ceod e Protezione Civile, Ludus in Tabula e Amici del Cuore, Bar al Ritrovo, Ristorante al Paradiso di Meduna e City Service. Grazie altresì a Fratelli Bianco Calzature, Termo Tecnica e Pizzeria da Sesto. Molte ancora le forze in campo: le Città di Motta di Livenza e di Oderzo affiancate dai Comuni di Chiarano, Cimadolmo, Fontanelle, Gorgo al Monticano, Mansuè, Meduna di Livenza, Ormelle, Ponte di Piave, San Polo di Piave, Portobuffolè e Salgareda. Cui si aggiungono la Pro Loco e l'Avis mottensi, la Regione del Veneto, l'Aulss 9 di Treviso, Urbanspace, Insieme Si Può, GPS (giovani produttori di significati) e il Ministero della Gioventù (Governo Italiano). La gente ha partecipato fattivamente, non lesinando meritati applausi, suddividendosi e interscambiandosi fra le varie postazioni degli artisti in scena on the road. Afflusso e gradimento con lode. Già si aspetta con una sana voglia la seconda edizione.
Pubblicato da piave in data Sabato, 05 settembre 2009
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